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Pacchiane di Nocera Terinese
Fino ad un recente passato era facile vedere le donne di Nocera Terinese(CZ) con il costume contadino e trasportare in equilibrio sulla testa ceste di vimini o altri pesi dentro e fuori il paese. Le pacchiane come cariatidi greche apparivano ai piedi del monte Reventino per andare a coltivare tenacemente appezzamenti di uliveti, vigneti , agrumeti, fonte primaria dell'economia domestica. Per questo a difesa dei campi o di piccoli orti mettevano di guardia spaventapasseri ed oggetti apotropaici, di preferenza con il rosso e a volte con l'abito della pacchiana. Esso è costituito da “ un corpetto detto “curzeu”, coperto da una camicetta che viene chiamata “spenseru”;da una sopravveste a “gunneddra” che è annodata dietro a forma di coda; da una sottoveste di panno che è rosso per le sposate, nero per le vedove, marrone per le nubili e lascia intravedere “a camisa” una lunga camicia interna di cotone bianco. Infine, annodato alla vita,c'è un grembiule nero detto ”mantisinu”. All'inizio del Novecento si usava un corpetto diverso detto “jippune”; le donne nubili portavano un copricapo di lino bianco il “rituorto”, quelle sposate il “mannile”di seta nera”. Estratto da Giuseppe Esposito Pro Loco Ligea Nocera Terinese Per attutire i sobbalzi dei pesi posti sopra la testa,ma anche per equilibrarli meglio durante il trasporto, usavano un fazzoletto arrotolato a ciambella, detto “maccaturo”.

A Castelvecchio Subequo (AQ) il 4 e 5 febbraio si festeggia Sant'Agata, in ricordo del suo martirio durante il quale ebbe recise le sue mammelle, motivo per cui è diventata la protettrice delle puerpere. A lei sono dedicate una chiesa e una fonte nel luogo ove sorgeva un tempio di Ercole Vincitore. Qui nel passato giungevano anche dai paesi vicini le nutrici con difficoltà di allattamento per compiere un rito idroterapico, consistente nel bagnare il petto con l'acqua benedetta di Sant' Agata e così ricevere abbondanza di latte. Da molti anni l'antico rituale è stato sostituito da pani votivi a forma di seno, che dopo la benedizione vengono bagnati nell'acqua sacrale e consumati dai fedeli nel pomeriggio del giorno 4, in un clima conviviale. Un tempo era la festa delle donne,mentre oggi è di tutti e i bambini costituiscono un importante elemento di presenza per essere affidati in questa cerimonia religiosa alla potente protezione della santa. Le riprese sono state effettuate il 4-2-2011.

Bibliografia essenziale:

Massimo Santilli, Storia arte e devozione a Castelvecchio Subequo, SYNAPSI edizioni Franco Cercone, Il culto di Sant'Agata a Castelvecchio Subequo, Quaderni di tradizioni popolari N° 1,  a cura del Comune di Castelvecchio Subequo

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I Vattienti di Nocera Terinese

Nocera Terinese (CZ) conserva antiche tradizioni religiose così radicate, che ancora oggi, nonostante i mutamenti epocali della storia, connotano profondamente l'identità culturale del centro calabrese. Particolare importanza nel ciclo festivo annuale rivestono i riti della Settimana Santa, per l' intensa partecipazione popolare alle cerimonie, all'interno delle quali si inserisce il gruppo spontaneo dei Vattienti. Le cerimonie religiose hanno inizio, come in ogni altra chiesa cattolica, dalla domenica delle palme, per concludersi nella domenica di Pasqua. In questo reportage della metà degli anni Ottanta del secolo scorso sono documentate solo le manifestazioni che avvengono nei giorni di venerdì e sabato santo ed in particolare quelle legate ai vattienti.Si rinnova con loro l'antichissimo rito dell'autoflagellazione, nei secoli in uso per penitenze e purificazioni,ma anche per impetrare la protezione divina verso terribili calamità come fame, peste,guerra. Il venerdì santo a sera la statua dell' Addolorata, al suono di una marcia funebre, esce in processione dalla chiesa dell' Annunziata per recarsi in quella di san Giovanni Battista, ove incontrare misticamente il Cristo. Nella mattina di Sabato i Vattienti, indossato l'abito di rito, con un infuso caldo a base di rosmarino preparano le gambe a sanguinare dopo le prime battiture con il cardo,un disco di sughero con strato di cera da cui fuoriescono per due millimetri 13 punte di vetro. Un secondo disco di sughero,detto la rosa, ben levigato e scanalato, viene impiegato per defluire a terra il sangue. Unito al Vattiente con un cordoncino è l' Acciomu, in genere un ragazzo proveniente dalla sua stessa famiglia, che verosimilmente impersona la figura del Cristo, L'Ecce Homo per l'appunto. Vicino a loro c'è sempre un amico pronto a bagnare le ferite con vino rosso per disinfettarle e mantenerle pulite. I flagellanti durante il percorso processionale si muovono liberamente,scegliendo i luoghi e i tempi dell'azione, ma per tutti non può mancare  l'incontro con l'addolorata e il Cristo. Davanti al simulacro, dopo il segno di croce e spesso in ginocchio, si percuotono con maggior vigore e trasporto emotivo. Oltre che al cospetto della Pietà, si battono davanti alle abitazioni di amici e parenti,che considerano il gesto come un segno di onore e amicizia, sul sagrato delle chiese, a conferma della loro devozione, ma anche di fronte al carcere, in ricordo degli arresti e divieti da parte dell'autorità ecclesiastica per impedire questa tradizione come accadde ancora nel 1958. In quell' anno il paese fu messo letteralmente sotto assedio da un gruppo di militari per espressa richiesta del vescovo, intenzionato a stroncare il rito, ma non ci riuscì, per l'opposizione dell'intera comunità e per l'intervento del generale Saturno Valentino Nelle ore centrali del giorno,dopo una ripida salita si giunge al diroccato convento dei Cappuccini, posto sulla sommità dell' abitato, che rappresenta idealmente il Calvario. Qui la processione si ferma il tempo necessario per far riprendere le forze soprattutto agli incollatori che hanno dovuto sostenere il pesante trasporto della statua in così lungo e impegnativo tragitto. Sull'origine del rito religioso non abbiamo notizie certe e le ipotesi avanzate divergono, una ritiene che sia di derivazione precristiana, con riferimento al mito di Attis e Adone e l'altra di retaggio medioevale, attraverso i movimenti penitenziali, molto attivi nel meridione d'Italia. Sappiamo però che a Nocera l' autoflagellazione era già praticata nel 1600, sebbene in forme diverse. Tante sono le motivazioni che spingono i noceresi a perpetuare questo rito, chi lo compie per tradizione familiare, chi per aver fatto un voto, chi per un bisogno di espiazione e di riconciliazione, ma molte altre sono le spinte personali,in gran parte dettate da un sincero atto di fede. Al termine i fedeli escono dalla chiesa con piatti ricolmi di verdeggianti piantine, soprattutto di grano e lenticchie, messe a dimora nel buio per farle sviluppare in breve tempo. Sono i cosiddetti giardini di Adone, ampiamente diffusi in Italia per abbellire i sepolcri durante il periodo pasquale. Con essi si vuole gloriare non solo la resurrezione di Cristo, ma anche l' imminente rinascita della natura.

Per un approfondimento https://www.youtube.com/watch?v=nfIbvMaMGaI

 

 

Nocera Terinese (CZ) conserva antiche tradizioni religiose così radicate, che ancora oggi, nonostante i mutamenti epocali della storia, connotano profondamente l'identità culturale del centro calabrese. Particolare importanza nel ciclo festivo annuale rivestono i riti della Settimana Santa, per l' intensa partecipazione popolare alle cerimonie, all'interno delle quali si inserisce il gruppo spontaneo dei Vattienti. Le cerimonie religiose hanno inizio, come in ogni altra chiesa cattolica, dalla domenica delle palme, per concludersi nella domenica di Pasqua. In questo video della metà degli anni Ottanta del secolo scorso sono documentate solo le manifestazioni che avvengono nei giorni di venerdì e sabato santo ed in particolare quelle legate ai vattienti.Si rinnova con loro l'antichissimo rito dell'autoflagellazione, nei secoli in uso per penitenze e purificazioni,ma anche per impetrare la protezione divina verso terribili calamità come fame, peste,guerra. Il venerdì santo a sera la statua dell' Addolorata, al suono di una marcia funebre, esce in processione dalla chiesa dell' Annunziata per recarsi in quella di san Giovanni Battista, ove incontrare misticamente il Cristo. Nella mattina di Sabato i Vattienti, indossato l'abito di rito, con un infuso caldo a base di rosmarino preparano le gambe a sanguinare dopo le prime battiture con il cardo,un disco di sughero con strato di cera da cui fuoriescono per due millimetri 13 punte di vetro. Un secondo disco di sughero,detto la rosa, ben levigato e scanalato, viene impiegato per defluire a terra il sangue. Unito al Vattiente con un cordoncino è l' Acciomu, in genere un ragazzo proveniente dalla sua stessa famiglia, che verosimilmente impersona la figura del Cristo, L'Ecce Homo per l'appunto. Vicino a loro c'è sempre un amico pronto a bagnare le ferite con vino rosso per disinfettarle e mantenerle pulite. I flagellanti durante il percorso processionale si muovono liberamente,scegliendo i luoghi e i tempi dell'azione, ma per tutti non può mancare  l'incontro con l'addolorata e il Cristo. Davanti al simulacro, dopo il segno di croce e spesso in ginocchio, si percuotono con maggior vigore e trasporto emotivo. Oltre che al cospetto della Pietà, si battono davanti alle abitazioni di amici e parenti,che considerano il gesto come un segno di onore e amicizia, sul sagrato delle chiese, a conferma della loro devozione, ma anche di fronte al carcere, in ricordo degli arresti e divieti da parte dell'autorità ecclesiastica per impedire questa tradizione come accadde ancora nel 1958. In quell' anno il paese fu messo letteralmente sotto assedio da un gruppo di militari per espressa richiesta del vescovo, intenzionato a stroncare il rito, ma non ci riuscì, per l'opposizione dell'intera comunità e per l'intervento del generale Saturno Valentino Nelle ore centrali del giorno,dopo una ripida salita si giunge al diroccato convento dei Cappuccini, posto sulla sommità dell' abitato, che rappresenta idealmente il Calvario. Qui la processione si ferma il tempo necessario per far riprendere le forze soprattutto agli incollatori che hanno dovuto sostenere il pesante trasporto della statua in così lungo e impegnativo tragitto. Sull'origine del rito religioso non abbiamo notizie certe e le ipotesi avanzate divergono, una ritiene che sia di derivazione precristiana, con riferimento al mito di Attis e Adone e l'altra di retaggio medioevale, attraverso i movimenti penitenziali, molto attivi nel meridione d'Italia. Sappiamo però che a Nocera l' autoflagellazione era già praticata nel 1600, sebbene in forme diverse. Tante sono le motivazioni che spingono i noceresi a perpetuare questo rito, chi lo compie per tradizione familiare, chi per aver fatto un voto, chi per un bisogno di espiazione e di riconciliazione, ma molte altre sono le spinte personali,in gran parte dettate da un sincero atto di fede. Al termine i fedeli escono dalla chiesa con piatti ricolmi di verdeggianti piantine, soprattutto di grano e lenticchie, messe a dimora nel buio per farle sviluppare in breve tempo. Sono i cosiddetti giardini di Adone, ampiamente diffusi in Italia per abbellire i sepolcri durante il periodo pasquale. Con essi si vuole gloriare non solo la resurrezione di Cristo, ma anche l' imminente rinascita della natura. Le riprese sono tutte in super8 e sonorizzate con registrazioni di allora, non perfette, ma autentiche.

 

E' dagli albori della storia che all'acqua sono stati attribuiti fondamentali valori, legati tanto  alla sfera fisica che a quella religiosa, come tutt'oggi ancora avviene. Innumerevoli sono i siti sacri in cui la presenza dell'acqua, dovuta in specie ad interventi miracolosi, riveste un ruolo primario all'interno della persistenza e diffusione del culto. Per la sua scaturigine dai luoghi in cui si è manifestato il soprannaturale si ritiene  debba avere speciali virtù , atte a purificare, risanare e perfino a suggellare rapporti interpersonali, come quelli sanciti attraverso il rito del comparato nell'esempio di Vallepietra durante il pellegrinaggio al santuario della SS. Trinità. Il rito, un tempo assai diffuso con le sue molte varianti nel centro-sud Italia, era compiuto da due persone desiderose di diventare per la vita compari o comari. Ieri come oggi centrale resta il rapporto con l'acqua che in qualche modo benedice e rafforza il vincolo dell'unione amicale.

A Vallepietra (RM) il 19 marzo si festeggia il compatrono San Giuseppe, qui venerato in modo particolare da una nutrita confraternita, istituita nel 1807. Nella abitazione del signore della festa uscente, noto come festarolo, si radunano i membri della confraternita per indossare il loro vestito cerimoniale, costituito da un lungo saio bianco e mozzetta gialla con l'effigie del santo, a cui si aggiunge un bastone fiorito sulla punta. Esso vuole ricordare, secondo tradizione, l'intervento divino che sotto gli occhi di chi accusava Giuseppe e gli chiedeva di dimostrare con un prodigio la sua innocenza verso Maria, fece fiorire il suo vecchio bastone, scagionandolo così da ogni colpa. Per il festarolo ricevere la statuetta del santo, che custodirà per un anno in un apposito altarino, è motivo di onore e la sua presenza domestica è vista come una benedizione per tutta la famiglia . A lui spetta il rinfresco e l'apertura della casa a quanti giornalmente vogliono riunirsi per recitare le preghiere. Nel 1993 era giovane parroco di Vallepietra Don Domenico Pompili, che è stato ordinato vescovo di Rieti il 5 settembre 2015. Al termine della messa avviene il passaggio della statuetta di San Giuseppe tra l'uscente festarolo e il nuovo. A lui spetta ora di portarla in processione davanti al grande simulacro del santo.

A Vallepietra (RM) la confraternita di San Giuseppe istituita nel 1807, fu approvata dal vescovo il 16 marzo 1826. Filippo Gori Rosati, agente di Vallepietra a Roma, svolse le pratiche per l'aggregazione alla Primaria di Roma già iniziate dal padre. Il 26 marzo 1831 comunicava l'aggregazione avvenuta in data 19 marzo 1831; le spese relative furono di scudi 10.91, oltre scudi 11.10 per onorario. Il testo è tratto dal libro di F. Caraffa, Vallepietra dalle origini alla fine del secolo XIX, Lateranum , Roma MCMLXIX, pag. 208-209
Le riprese sono in super 8 e sonorizzate con registrazioni effettuate allora. La qualità delle immagini risente di tanti fattori deterioranti, pur tuttavia si è deciso di pubblicare il documento filmico, rappresentando un unicum riferito alla comunità di quegli anni, sotto tanti aspetti.

A Vallepietra (RM) per la festa della Trinità giungono in pellegrinaggio numerosi fedeli provenienti da vaste aree del Lazio e Abruzzo, diretti principalmente nel santuario montano situato a 1300 metri sui monti Simbruini. Ancora oggi il percorso, che richiede anche più di tre giorni di cammino tra andata e ritorno, è compiuto largamente a piedi. ...continua a leggere "Viva la SS. Trinità -Vallepietra ’90"

La festa del Volto Santo di Manoppello cade la terza domenica di maggio e in questa ricorrenza giungono radunati in compagnie con i loro gonfaloni molti devoti dalle provincie di Chieti e Pescara, richiamati anche dalla potenza taumaturgica della sacra effige, come testimoniano numerosi ex voto per grazia ricevuta.
Qui si conserva una preziosa reliquia dei primi anni del Cinquecento, costituita da un piccolo velo su cui è raffigurato, secondo tradizione,il volto di Cristo. Appare come un tessuto di lino trasparente, ugualmente visibile nei due lati, ma solo da certe angolazioni luminose, per la sua diafana consistenza e per le finissime sfumature presenti nell'ordito. Un'immagine unica, ricca di fascino e di mistero.
La processione domenicale, cui segue il lunedì quella del ritorno al santuario, dal vicino convento francescano muove verso la chiesa di San Nicola di Bari, con una sosta di preghiera sul ponte dei Cappuccini, che attraversa il rivo Capocastello,per invocare coralmente la protezione dalle sciagure e la prosperità per il paese. Al termine si elargiscono due benedizioni rivolte una ad est e l'altra ad ovest, nella direzione del ruscello.
La cerimonia, pur nella sua essenziale brevità, richiama espressamente il rito delle antichissime rogazioni.
Fino ai primi anni Ottanta del secolo scorso, a cui risalgono queste immagini,durante la pausa di preghiera sul ponte i pellegrini usavano andare nell'adiacente fosso del Capocastello per compiere abluzioni con fini terapeutici e riempire bottiglie di acqua che, stante la presenza del Volto Santo,si riteneva assumesse particolari proprietà benefiche e per questo non di rado si riportava agli ammalati. In quei momenti accadeva e gli anziani del paese ancora oggi ricordano che prodigiosamente l'acqua si fermasse di scorrere,anche se solo per un attimo, in modo impercettibile.
Altri invece raccoglievano 33 sassolini tanto piccoli da stare nel pugno di una mano e li bagnavano per usarli durante l'anno contro fulmini e grandine a difesa di campi e abitazioni.

Nella passata civiltà contadina la vita di ogni individuo e dell'intera comunità dipendeva totalmente dai raccolti agricoli, spesso magri, che i servi della gleba con gran fatica riuscivano a immagazzinare nel corso dell'anno. Già alla fine dell'inverno si cominciava a dare una prima stima dei futuri raccolti, osservando lo stato dei teneri germogli, verso cui i contadini rivolgevano tutte le attenzioni, per farli giungere copiosi a maturazione. Il ciclo agricolo primaverile costituiva una fase cruciale per l'approvvigionamento alimentare, tanto delicato quanto vitale per evitare lo spettro della fame e delle conseguenti malattie dovute a denutrizione. Nonostante tutti gli sforzi e le continue accortezze per assicurarsi una sufficiente raccolta di prodotti ceralicoli, come di tanti altri, sulle verdi campagne incombeva sempre il pericolo di una calamità naturale, che poteva abbattersi improvvisa, arrecando terribili disastri. Si era in balia degli eventi atmosferici, come grandinate, temporali, tempeste, siccità. Poco o nulla si poteva fare per scongiurare simili flagelli, se non affidarsi   a forze soprannaturali, a complesse cerimonie religiose, a riti magici, tutt'oggi ancora in uso in diverse aree rurali d'Italia, sebbene in modo margimale. Più abitualmente si invoca un potente santo deputato a proteggere gli uomini e i loro beni dalle calamità naturali, ma non è neppure infrequente il ricorso  a oggetti o elementi  che inseriti in  rituali religiosi, acquisiscono, per così dire, forze ed entità sacrali, in grado di  vincere la furia rovinosa di fenomeni atmosferici ed altri mali. Rituali canonici, come ad esempio le rogazioni o l'uso di suonare le campane per attenuare la violenza dei temporali, convivono con pratiche di natura magica, fortemente sincretiche, che ci sono giunte da un remoto passato. ...continua a leggere "Contro tempeste, grandinate, calamità e malanni"