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Il 10 e 11 agosto da Scanno e da Pettorano sul Gizio devoti di San Gerardo Confessore compiono a piedi l’annuale pellegrinaggio diretto a Gallinaro, nel frusinate, ove è patrono. Giungono qui dopo 14 ore di cammino, per venerare il Santo, nato in Alvernia (Francia) e morto nel 1102 a Gallinaro. La diffusione del culto, anche grazie a prodigi e miracoli a lui attribuiti, si può far risalire alla fine del XIV sec. fino a raggiungere vaste aree del Lazio e dell’ Abruzzo e quelle confinanti con il Molise e la Campania. Gli abruzzesi partono che è ancora notte fonda. A fatica superano i pendii dei monti delle Mainarde e della Meta e dopo 55 km giungono a San Donato Val di Comino dove riposano un po’ . Prima di riprendere il viaggio verso Gallinaro, ormai in vista, fanno una breve visita alla chiesa di San Donato, di cui ricorre in quei giorni la festa. Senza fare altra sosta si dirigono alla fonte di Santa Felicita, in località Pietrafitta, per la pausa pranzo. Recarsi qui per bere e bagnarsi alla salutare sorgente che fuoriesce dalla cappella della Santa, qui effigiata con i sette figli, martiri sotto Antonino Pio, è parte integrante del pellegrinaggio. Diversi, specie nel passato, i rituali praticati con questa acqua, dalle finalità terapeutiche a quelle di stringere vincoli di comparanzatra tra gli stessi pellegrini. Dopo un pranzo ristoratore offerto dalla comunità di Gallinaro ci si prepara al corteo processionale, alla volta del santuario di San Gerardo. L’appuntamento è nella chiesa di San Giovani Battista, dove esce il simulacro del Santo e il reliquiario del braccio coperto di doni preziosi. Intanto nel santuario altri fedeli con impazienza aspettano l’arrivo delle scannesi, perché si diceva che il santo sollecitato dalla loro presenza si disponeva maggiormente a concedere grazie e favori. In un passato non lontano le stesse abruzzesi erano solite rivolgersi al santo con parole fin troppo confidenziali e addirittura con improperi per aver scelto Gallinaro a Scanno in cui restare. Nonostante ciò lo hanno tenuto sempre in grande venerazione e lo invocano e lo supplicano affinché aiuti tutti. Immancabile è il gruppo di Minturno, con le donne che indossano i loro eleganti costumi popolari. Fino all’ultima decade del secolo scorso si conservavano nei locali del santuario tanti ex voto, poi spariti in parte dopo una generale imbiancatura. Erano e sono doni riferiti agli interventi miracolosi di San Gerardo, espressione di una religiosità popolare antica e fiduciosa nella potenza divina, che può sanare tutti i mali , stante la sua benevolenza. Al di là dell’ atto di fede in sé una molteplicità di immagini, di storie individuali e collettive sono andate perdute . Oggetti votivi importanti , tra cui quelli anatomici, un tempo diffusamente appesi alle pareti e che ritroviamo già nel mondo greco romano, offerti in gran numero alle divinità guaritrici. Per dirla con don Ettore Degni sono “crucce, apparecchiature in gesso o in legno, indumenti di ogni genere, candidi vestiti da sposa, scarpe, fotografie, ceri, “ ecc.

Bacugno, conosciuto già nel 1021 come Bacunius, è situato a nord di Rieti. Il 4 e 5 agosto qui si festeggia la Madonna della Neve, a cui è dedicata l’attuale chiesa ricostruita dopo il catastrofico terremoto del 1703. L'evento sismico è ricordato in una iscrizione latina ove si fa menzione anche del “Castri Vacunei”, un toponimo che al pari dell'altro deriva dal nome della dea Vacuna, venerata dagli antichi Sabini. Al mondo magico-religioso di quella civiltà appenninica si fanno risalire i secolari riti agresti presenti nella festa mariana, che commemora la miracolosa nevicata avvenuta a Roma nel 358 d. C. sul colle Esquilino. Nei primi giorni di agosto un enorme covone di grano, detto manocchio, fa mostra di sé con le più belle spighe da poco mietute. L’annuale celebrazione evidenzia un profondo sincretismo tra il culto liturgico e la componente profana , retaggio di antiche cerimonie legate al ciclo agricolo della messe. La festa oggi è alquanto diversa da quella che si svolgeva fino agli anni '60 del 1900, quando l’organizzazione e la partecipazione erano di esclusiva competenza maschile. Alle donne spettavano sempre le consuete mansioni domestiche, dettate da una società ancora fondamentalmente patriarcale. Verso le due di notte di ogni 4 agosto un gruppo di giovani munito di piccozze sale con fuoristrada sul vicino monte Boragine per il rito del solco diritto. È un momento fortemente aggregante ed emozionante per i panorami che si susseguono a perdita d’occhio. Ai primi albori tutti cominciano a darsi da fare, per scavare il solco e per innalzare la biffa, un lungo palo di faggio rivestito di verdi fronde , da cui ha inizio la tracciatura portata in linea retta fino all'entrata della chiesa di Santa Maria. Almeno così fino ad un recente passato. Il luogo di partenza non è stato sempre lo stesso, ma negli ultimi decenni si è convenuto di riutilizzare quello sul Boragine, così che oggi l'intero svolgimento presenta un carattere rievocativo. Ancorato il pennone con tiranti al suolo, il gruppo ridiscende e passa per il borgo di Vetozza dove è ben accolto e adeguatamente rifocillato. Al suono di allegri organetti i giovani giungono a Bacugno e dopo aver issato la seconda biffa davanti alla chiesa ricevono un pranzo preparato dalle donne. Il toro ossequioso di Bacugno con la sua triplice genuflessione verso la Vergine ha acquisito crescente notorietà e signore del rito è diventato una sessantina di anni fa, quando il bue aratore dopo alcuni millenni di onorato servizio, è stato messo a riposo. Una interessante nota viene fornita da Roberto Marinelli che scrive : presumibilmente a partire dal 1700 i riti contadini furono inglobati nella festa liturgica durante la quale era consentito al bue di inginocchiarsi in chiesa. Appena il manocchio fa ingresso nel sagrato della chiesa una ragazza vi sale sopra e lancia manciate di ciambellone, seguite da una nutrita pioggia di ciambelletti sugli astanti in segno di buon augurio.

Le foto sono state scattate tra il 1992 e il 1998

La fertile valle del fiume Velino in provincia di Rieti

Il nucleo abitativo di Bacugno, conosciuto già nel 1021 come Bacunius, è situato a nord di Rieti. Il 4 e 5 agosto qui si festeggia la Madonna della Neve, cui è dedicata l’attuale chiesa ricostruita dopo il catastrofico terremoto del 1703. L'evento sismico è ricordato in una iscrizione latina ove si fa menzione anche del “Castri Vacunei”, un toponimo che al pari dell'altro deriva dal nome della dea Vacuna, venerata dagli antichi Sabini. Al mondo magico-religioso di quella civiltà appenninica si fanno risalire i secolari riti popolari presenti nella festa mariana, che commemora la miracolosa nevicata avvenuta a Roma nel 358 d. C. sul colle Esquilino. Nei primi giorni di agosto un enorme covone di grano, detto manocchio, fa mostra di sé con le più belle spighe da poco mietute. In un clima di convivialità prende pian piano forma l’elegante composizione vegetale che richiede diversi giorni di lavoro. L’annuale celebrazione evidenzia un profondo sincretismo tra il culto liturgico e la componente profana , retaggio di antiche cerimonie legate al ciclo agricolo della messe, riguardanti la prosperità , l’abbondanza, l’offerta propiziatoria e di ringraziamento per il raccolto . Dopo un periodo di affievolito interesse verso la tradizione taurina il paese con rinnovato impegno ha saputo ridare impulso alla manifestazione popolare nel suo insieme e con essa alle risorse umane, culturali e ambientali del territorio. La festa oggi è alquanto diversa da quella che si svolgeva fino agli anni '60 del 1900, quando l’organizzazione e la partecipazione erano di esclusiva competenza maschile e coinvolgevano appieno le 4 frazioni confinanti con Bacugno : Steccato, Picciame, Fontarello e Fìgino. A turno si occupavano dei riti tradizionali, a cui si aggiungevano la questua casa per casa condotta dai festaroli per finanziare le iniziative e la grande fiera di bestiame del 5 agosto nei pressi della chiesa. Alle donne spettavano sempre le consuete mansioni domestiche, dettate da una società ancora fondamentalmente patriarcale . L'offerta del pranzo rituale ai solcatori di ritorno dal monte ne era un esempio. Verso le due di notte di ogni 4 agosto un gruppo di giovani munito di piccozze sale con fuoristrada sul vicino monte Boragine per il rito del solco diritto. È un momento fortemente aggregante ed emozionante per i panorami che si susseguono a perdita d’occhio. Ai primi albori tutti cominciano a darsi da fare, per scavare il solco e per innalzare la biffa, un lungo palo di faggio rivestito di verdi fronde , da cui ha inizio la tracciatura portata in linea retta fino all'entrata della chiesa di Santa Maria. Almeno così fino ad un recente passato. Il luogo di partenza non è stato sempre lo stesso, ma negli ultimi decenni si è convenuto di riutilizzare quello sul Boragine, così che oggi l'intero svolgimento presenta un carattere solo rievocativo, pur tuttavia l'azione corale che si esprime nello stupefacente scenario montano mantiene comunque motivi di grande significato. Ancorato il pennone con tiranti al suolo, il gruppo ridiscende e passa per il borgo di Vetozza dove è ben accolto e adeguatamente rifocillato. Al suono di allegri organetti i giovani giungono a Bacugno e dopo aver issato la seconda biffa davanti alla chiesa ricevono un pranzo preparato dalle donne. Il toro ossequioso di Bacugno con la sua triplice genuflessione verso la Vergine ha acquisito crescente notorietà anche mediatica . Signore del rito è diventato una sessantina di anni fa, quando il bue aratore dopo alcuni millenni di onorato servizio, è stato messo a riposo. Torelli prima e grandi tori poi ,lo hanno sostituito. Una interessante nota viene fornita da Roberto Marinelli che scrive : presumibilmente a partire dal 1700 i riti contadini furono inglobati nella festa liturgica durante la quale era consentito al bue di inginocchiarsi in chiesa. Un rapporto sacro-profano che nello specifico richiama ricorrenti analogie di racconti mitici, di fondazioni di culto, riti di fertilità. Il dominante color rosso della bardatura con ogni probabilità riveste un significato apotropaico mentre le monete appese alle corna alludono certamente ad un auspicio di prosperità. Appena il manocchio fa ingresso nel sagrato della chiesa una ragazza vi sale sopra e lancia nei 4 punti cardinali manciate di ciambellone, seguite da una nutrita pioggia di ciambelletti sugli astanti in segno di buon augurio. La festa è finita, ma ciascuno con il suo bel ciuffo di spighe la manterrà a lungo dentro di sé, insieme alla Vergine della Neve .

La mattina della festa della Trinità nel santuario di Vallepietra , provincia di Roma, si rappresenta il Pianto delle Zitelle, un componimento poetico della passione di Gesù Cristo d'inizio Settecento, di cui è indicato autore Don Francesco Tozzi. Con buona fondatezza possiamo dire, in sintonia con lo storico Caraffa, che la drammatizzazione dell' opera letteraria è stata introdotta negli anni 60 dell’Ottocento. Ad eseguire il canto sono state prescelte ragazze e donne nubili del luogo, le stesse che già da tempo svolgevano la funzione di mediatrici tra il mondo umano e quello divino . Di solito a piccoli gruppi si recavano, specie durante la festa , nella grotta montana per invocare davanti all’effigie trinitaria una grazia, per conto e dietro compenso del committente . Era la cosiddetta richiesta di grazia per procura, diffusa in Italia fino ad un recente passato. In questa stratificata ritualità tutta al femminile può essere ricondotta e giustificata la presenza delle zitelle piangenti, chiamate ora a sostenere un’azione moralizzatrice ed evangelizzatrice, sicuramente preposta alla base del Pianto. L'opera nel corso della sua rappresentazione storica ha subito varie correzioni e modifiche riguardanti il testo e il canto e negli ultimi due decenni la messa in scena, da statica che era, è stata resa dinamica, a vantaggio di una accentuata teatralizzazione, comprendente l' inserimento di personaggi maschili, del tutto assenti nella versione tradizionale. La personale ricerca su quando e perché c'è il Pianto nel santuario vallepietrano e cosa si cela dietro di esso, ha prodotto i risulati pubblicati nella primavera 2019, molto divergenti da tutti quelli fin qui ipotizzati, fatta eccezione del Caraffa. E' stato un viaggio entusiasmante nel nostro passato, anche lontano, che mi ha fatto incontrare l'affascinante fenomeno popolare delle zitelle-verginelle, la cui ricognizione da me compiuta credo sia a tutt'oggi l'unica nel panorama folclorico d'Italia, soprattutto centro-meridionale. Indagine che ho dovuto affrontare in quanto strettamente collegata con l'oggetto del nostro studio. Chi volesse conoscere e approfondire questo sconosciuto capitolo di storia, appena ventilato in questa scheda, può vedere nella sezione pubblicazioni del sito wwwgiuseppebonifazio.it l'articolo Il Pianto delle Zitelle nella festa della SS.Trinità di Vallepietra. La tradizione delle Zitelle o Verginelle o Scapillate. Ipotesi sull'introduzione del Pianto delle Zitelle nella festa della SS. Trinità a Vallepietra. La rappresentazione del Pianto qui mostrata è integrale .

Vallepietra, Subiaco, Marano Equo, Roviano sono paesi situati nella media e alta valle dell'Aniene e a questo fiume devono gran parte della loro storia, illustre e non. Il territorio prevalentemente montano di quest'area, che si innerva nella catena appenninica dei Simbruini, è ricco di corsi d'acqua che confluiscono nell'Aniene. Grazie alla diffusa risorsa idrica è stato possibile praticare nei secoli un'attività agricola che, seppure limitata e condotta con modalità arcaiche, perpetrate ancora in tempi a noi vicini, ha fornito un contributo importante al sostentamento alimentare delle comunità locali, qui esistenti. Un'agricoltura soprattutto di sussistenza, dunque, concentrata su determinate coltivazioni, tendenzialmente chiusa in se stessa e poco incline al cambiamento. In questo luogo un po' appartato del Lazio si sono protratte fino ai giorni nostri, tecniche irrigue risalenti ad epoche lontanissime. Basti pensare all'impiego dei "rotoni" (ruote idrauliche concepite per irrigare i terreni disposti lungo gli argini del fiume ), rimasti in funzione tra Subiaco e Roviano fino agli anni '50 del secolo scorso. Il manufatto era già in uso presso i romani, che lo ripresero dalla Mesopotamia, probabilmente intorno al 200 a.C..E che dire dell'utilizzo a Vallepietra de Ju Sèsto, un articolato sistema idraulico a cielo aperto, che richiama per il trasporto idrico a caduta quello adottato dai romani nei famosi acquedotti, basato sulle fasi della captazione, conduzione e distribuzione. Infine come non rimanere incuriositi dalla refota di Marano Equo e dalla parata di Roviano, entrambe funzionanti con il principio dei vasi comunicanti, posti a diversi livelli? Ma attraverso questo percorso storico-geografico ciascuno può scoprire dell'altro, perché non c'è luogo "vicino", spesso dato per scontato, che non possa riservare piacevoli sorprese e conoscenze. Buon viaggio.

Per approfondimenti vedere anche dell'autore Antiche irrigazioni e inondazioni nella valle dell'Aniene

Coltivazione di fagioli a Vallepietra (RM)

Già alcuni giorni prima della festa della SS. Trinità giungono a Vallepietra dal versante laziale molti pellegrini, diretti al vetusto santuario situato a 1300 metri nei Monti Simbruini. Il sacro luogo è costituito da una grotta con sorgente su cui si staglia un affresco duecentesco raffigurante la Trinità. L’annuale pellegrinaggio, compiuto diffusamente a piedi,è tra i più antichi ed imponenti del Lazio e Abruzzo e richiama un crescente numero di Giovani. Il viaggio prepara all’incontro, a quel momento speciale in cui a tu per tu ci si pone davanti alla potenza per essere confortati e per chiedere anche con atti penitenziali quelle grazie di cui si ha bisogno e che si manifestano attraverso i numerosi ex voto presenti nel santuario. I pellegrini sono soliti riunirsi in compagnie con i loro vessilli, recanti il nome del paese di appartenenza e l’immagine trinitaria , la cui iconografia in genere ricalca quella dipinta nel santuario montano. La rappresentazione bizantineggiante delle tre Persone in modo identico , teologicamente non conforme, ha richiesto nel 1927 una speciale dispensa per essere lasciata alla pietà popolare in ragione del suo antichissimo culto. I canti religiosi, ripetuti incessantemente, rivestono un ruolo molto importante per la coesione del gruppo e tra questi vi è in particolare la canzoncina in lode alla SS Trinità, coinvolgente e spesso urlata dai fedeli. Quando si arriva nel paese di Vallepietra immancabile è l’entrata nella chiesa di San Giovanni Evangelista per un atto di rispetto e di adorazione . Diverse sono le leggende di fondazione. La più nota narra che un contadino stava arando con due buoi al di sopra dello strapiombo sovrastante la grotta, quando i due animali precipitarono con l’aratro nel vuoto. L’agricoltore corse sul posto e con grande meraviglia trovò i due animali sani e salvi ,inginocchiati verso l’immagine divina in atto di adorazione. Si rammenta così quello che viene indicato come il primo grande miracolo. Gli studi storico-antropologici di Di Nola e di F.Caraffa fanno risalire al Medioevo, XI e XII secolo, la fondazione del culto, forse ad opera di San Domenico di Cocullo presente in un affresco della grotta . Al culto trinitario, nella seconda metà dell’Ottocento, si è aggiunto quello per Sant’Anna. La compagnia di Bellegra, tutta al maschile , è già a Vallepietra quando spunta il sole, pronta a salire al santuario con il grande e pesante stendardo. La compagnia di Subiaco scende dal monte Autore tra panorami di grande bellezza. La confraternita della SS. Trinità è presente con un folto gruppo, con in testa la figura del festarolo in carica , a cui spetta l’onore di portare la statuetta e di presiedere in forma solenne le cerimonie, sempre affiancato dal suo successore, che reca in mano il fiore. Durante il percorso, la statuetta passa di mano in mano a quanti ne fanno richiesta e palese è il compiacimento. Il gruppo dei sublacensi una volta ricomposto si avvia per fare l’ingresso nella sacra grotta. Tra loro si distinguono i due confratelli con gli abiti di rito e con in mano i simboli dell’ incarico ricevuto .La compagnia di Bellegra in tarda mattinata entra nel santuario e dopo una breve sosta iniziano a scendere verso Vallepietra per prendere parte alla processione serale. Modificando un’antica usanza del passato , seguita anche da altre compagnie, secondo cui il canto della partenza dal santuario era rivolto alla Madonna, nel 2005 a seguito di una precisa osservazione la compagnia di Bellegra si è regolarizzata. Il fatto, non di poco conto, è stato così documentato . Durante la discesa, a volte capita ancora di assistere lungo le rive del torrente Simbrivio al rito di comparatico, un tempo diffuso tra i pellegrini e perpetuato in questa occasione soprattutto dai giulianesi di Roma. La presenza dell’acqua, benefica e taumaturgica, che scaturisce da un santuario è cosa assai antica e in genere costituisce parte integrante degli elementi fondanti culti in luoghi ove tutt' oggi si conservano vivide testimonianze.. Mentre la compagnia di Trevi nel Lazio compie puntualmente il rituale ingresso in ginocchio , i gruppi si riuniscono attorno agli stendardi per dar luogo ad una processione simile a quella svolta nel santuario. L’introduzione del Pianto, oggi profondamente modificato rispetto agli esordi, ritengo si sia verificata nel corso degli anni '60 dell'Ottocento, in sintonia con le risultanze dello storico Caraffa e l’affidamento del canto a giovani nubili del luogo , con ogni probabilità , avvenne anche per inserire in un contesto più strettamente religioso la figura e l’operato di quelle preesistenti zitelle, che qui durante la festa esercitavano a pagamento l’antichissima pratica della richiesta di grazia per procura, diffusa in Italia ed anche in Europa. Un po’ alla volta, le compagnie lasciano mestamente il santuario per fare ritorno a casa. Alla fine di questa indelebile esperienza, ognuno si sentirà meno solo e forse più fiducioso nell' affrontare le difficoltà della vita, insieme agli altri.

Vallepietra 2000 - '07 festa della SS. Trinità

Per visionare il filmato La festa della SS. Trinità a Vallepietra 1978-1982 

Per visionare il filmato Viva la SS. Trinità - Vallepietra 1990

Per visionare il filmato Pellegrinaggio di Tuto alla SS. Trinità di Vallepietra 1995 

Per visionare il filmato Pellegrinaggio di Roviano alla SS. Trinità di Vallepietra 2004

Bibliografia essenziale in ordine cronologico, relativa alla festa e al Pianto

  • Colacicchi L. (1936) "Il Pianto delle Zitelle", estratto dalla rivista "Lares" 2 Commiato dalla VII Mostra veneziana (1939), in "Osservatore romano"
  • Caraffa F. (1969), Vallepietra dalle origini alla fine del secoloXIX. Con un'appendice sul Santuario della Santissima Trinità sul monte Autore, Roma: 215-277
  • Brelich A. (1976), Un culto preistorico vivente nell''Italia Meridionale. Saggio storico-religioso sul pellegrinaggio alla SS.ma Trinità sul monte Autore, in D. Carpitella ( a cura di ), Materiali per lo studio delle tradizioni popolari, Roma: 71-101
  • Di Nola A. M.-Grossi Q.(1980), Vallepietra nelle fotografie di Luciano Morpurgo. Memoria di una festa, Edizioni Quasar, Roma
  • Di Nola A. M. Il Manifesto, Estatica Madre senza macchia, 25-7-1986
  • Di Nola A. M. (1991) Il bambino e la festa, Edizioni RAI, p. 75.
  • Necci C. (1992), Il Pianto delle zitelle, in "Terra Nostra" Roma
  • Cocchia N. (2000), Il Pianto delle Zitelle, ovvero i Misteri della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo. Un canto religioso della comunità di Vallepietra, in F. F. Bernardini (a cura di), Nessuno vada nella terra senza luna. Etnografia del pellegrinaggio al santuario della Santissima Trinità di Vallepietra, Provincia di Roma - Assessorato alla Cultura e alle Politiche Giovanili , pp. 43-54
  • Tacchia A. (2000), Considerazioni sulla festa e sul culto di S. Anna, in F. Fedeli Bernardini, Nessuno vada nella terra senza luna. Etnografia del pellegrinaggio al santuario della Santissima Trinità di Vallepietra, Roma: 31-34
  • Di Fazio E.- Migliorini E. (2006), “La montagna risuona di canto .....“. Il paesaggio sonoro del pellegrinaggio alla Santissima Trinità del monte Autore, pp.65-75, in Fede e tradizione alla Santissima Trinità di Vallepietra.1881 2006, (a cura di) Elisabetta Simeoni.
  • Caruso F.(2008), ”Evviva la Santissima Trinità”, Carsa Edizioni, Pescara
  • Bonifazio G. (2019), Il Pianto delle Zitelle nella festa della Trinità a Vallepietra. La tradizione delle Zitelle o Verginelle o Scapillate. Ipotesi sull'introduzione del Pianto delle Zitelle nella festa della SS. Trinità di Vallepietra, pp. 1- in www.giuseppebonifazio.it

Il presente racconto fotografico, avente come titolo " L'antico ciclo del grano ", mostra i procedimenti lavorativi tradizionali impiegati per la produzione del pane, come ancora si potevano vedere alcuni decenni or sono in determinate aree rurali del centro sud Italia e al contempo ripropone per intero i contenuti espressi nel video " ...continua a leggere "L’antico ciclo del grano"

Rispettando un'antica tradizione , i giovani di Subiaco (RM) alcuni giorni prima della processione serale del Venerdì Santo si adoperano per raccogliere quantità considerevoli di fascine , da ardere come falò nelle piazzette del paese durante il passaggio del Cristo morto e dell'Addolorata. ...continua a leggere "I foconi del Venerdì Santo di Subiaco"

Le immagini girate nei primi anni Ottanta del secolo scorso a Jenne,Terranova di Pollino,Noepoli,Oriolo Calabro e Condofuri, assemblate e sonorizzate nel mese di febbraio 2020, sono il frutto di fortunati viaggi nel centro sud Italia, alla ricerca di quanto restava nelle nostre campagne più isolate delle antiche tecniche lavorative legate al ciclo del grano, dalla semina al pane appena sfornato. Uno sguardo d'insieme, pur se in grande sintesi, è stato rivolto verso taluni aspetti generali di vita esistenti in isolate comunità appenniniche, in cui i bambini hanno costituito da sempre la parte più debole. L'indagine conoscitiva, condotta su di una realtà ancora in atto, quale era quella che mi accingevo ad osservare nei primi anni Ottanta, senza la pretesa di procedere con particolari scandagli sociologici, voleva soprattutto documentare la sopravvivenza o meno di lavori arcaici nella produzione di frumento, in barba alle moderne mietitrebbiatrici. Con finalità didattiche ed educative, più vicine alla mia formazione, mi sono mosso, non pensando all'inizio di raccogliere più di tanto, mentre intere lavorazioni agricole, che credevo ormai scomparse, mi si presentarono abbastanza subito in tutto il loro vitalismo e in determinate località anche tenaci nella conservazione di sistemi e procedimenti antichissimi, risalenti addirittura ai primordi della storia della agricoltura cerealicola. Davanti ai miei occhi vedevo svolgersi comportamenti, gesti e azioni che a distanza di millenni tornavano a vivere e a sbalordire, con tutto il loro fascino e fulgore, forse per l'ultima volta. E' stata una esperienza davvero unica, irripetibile ed emozionante come poche.

Vedere in questo stesso sito gli album fotografici "Lavori tradizionali nel Parco dei Monti Simbruini" e "L'antico ciclo del grano" .