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La passata arborea di Subiaco

Un palinsesto antropologico

Nel territorio più impervio del versante laziale dei Monti Simbruini scorrono le acque spumeggianti del fiume Aniene, in un susseguirsi di gole e forre molto suggestive. La sua profonda vallata è ricoperta da una distesa ininterrotta di bosco ceduo ed è ricca di limpide sorgenti . Gli equi abitarono questo luogo prima di essere sottomessi nel IV secolo a.C. dai romani che, vista l'immensa disponibilità di acqua, vi costruirono ben quattro acquedotti, tra il III secolo a.C. e il I secolo d.C. per far fronte ai crescenti bisogni dell'Urbe.

In questo ambiente silvestre ebbe dimora l'antico dio italico Silvano, il cui culto forse era già esistente quando nella metà del I sec. dopo Cristo si insediarono le numerose maestranze giunte da Roma per edificare l' imponente e scenografica villa di Nerone sulle sponde di tre laghi artificiali, ottenuti sbarrando con poderose dighe il corso dell'Aniene. Il complesso architettonico, destinato a soddisfare i piaceri dell'imperatore, era noto ai romani come Sublaqueum, chiamato poi Subiaco. Nume tutelare della vegetazione, della fecondità della natura, dei confini, per ciò chiamato santo, Silvano era invocato anche contro le malattie e onorato particolarmente dai liberti, come ricorda il cippo marmoreo rinvenuto in località San Giovanni dell' Acqua, tra Subiaco e Jenne, su cui è incisa l'epigrafe latina :

Al santo Silvano per la libertà Sesto Azio Dionisio offre in dono una statua con piedistallo”.

Il simulacro è andato perduto, mentre la pietra votiva si conserva nel Sacro Speco di Subiaco. Dopo la caduta dell'impero romano all' inizio del VI secolo venne in questa vallata San Benedetto ove fondò 13 monasteri, tra cui quelli di San Silvestro, l'attuale Santa Scolastica e di San Giovanni dell'Acqua, detto in passato dell'Arco dal nome del luogo. Si narra che qui San Benedetto fece scaturire prodigiosamente una polla per il fabbisogno dei monaci lì residenti. Inoltre da tempo immemorabile in questa area sacrale si è praticato il rito della passata arborea per la cura dell'ernia infantile, in cui remoti significati magici si sono intrecciati con quelli cristiani.

Il rito terapeutico era incentrato sul passaggio di un ernioso attraverso la spaccatura verticale di un virgulto, dal quale sarebbe dipesa la guarigione dei bambini aventi il prolasso dello scroto o forme di ernia inguinale, lesive della funzione genitrice e sessuale. Così prescriveva al riguardo Marcello di Bordeaux, medico di Teodosio il grande, IV – V secolo d.C. nel suo " De Medicamentis“.

Se ad un bambino di tenera età scende l’ernia, fendi nel mezzo un ceraso novello che deve restare nelle sue radici , in modo tale che il bambino possa essere fatto passare attraverso la fenditura. Indi riconnetti le parti dell’alberello e spalmalo con letame di bue e con altri impacchi, affinché le parti separate più facilmente si congiungano. Quando più presto l’alberello si unirà e il taglio sparirà, tanto più presto l’ernia del bambino giungerà a guarigione”.

Nel corso del tempo molte sono state le forme, le varianti, le formule con le quali si è strutturato il rito, ma comune a tutte era la simulazione di una seconda nascita, che magicamente rigenera a nuova vita. E' come se la pianta assorbisse il male e restituisse la piena salute ai bambini, a condizione però che il vegetale tornasse a vivere, in caso contrario bisognava ripetere il rito l'anno venturo. Ad accrescere la complessità della relazione magico-religiosa con quella spazio-temporale, sta la collocazione del rito nella notte di San Giovanni, ritenuta per la sua posizione solstiziale come momento fatidico dell'anno, carico di forze vitali e rigeneratrici per l' intero mondo naturale. Diffuso nel bacino del Mediterraneo dall'età greco-romana, il millenario rito terapeutico della passata è rimasto qui in uso fino ai primi anni '60 del secolo scorso, quando i monaci benedettini di Subiaco lo hanno soppresso. Tuttavia in modo sporadico è sopravvissuto per un altro decennio nelle campagne di Arcinazzo romano. Vagamente richiamandosi al Battista, nel momento centrale della passata attraverso il foro vegetale, si attuava verso il bambino uno pseudo-battesimo, con azioni e parole tratte anch'esse dalla tradizione popolare, di seguito riportate.

La madre affidando il proprio figlio alla comare per il battesimo diceva:

"Tè comma’, te so datu nu figliu paganu e tu mi ju fai cristianu".

La comare restituendo il bambino battezzato alla madre diceva:

”Tè comma mi si datu nu figliu paganu e ti ju so fattu cristianu"

Queste erano le parole, seguite dalla recitazione del Credo che le donne di Arcinazzo ripetevano, durante la passata, sulla falsariga di un altro antico rituale connesso con il battesimo sacramentale, noto come rimettersi in santi o tornare in santo.

Era l'atto con cui la puerpera, considerata impura dopo il parto, si recava in chiesa per la purificazione allo scadere di 40 giorni. Non potendo essere presente al battesimo entro gli 8 giorni prescritti, data nel passato l'alta mortalità infantile, affidava il figlio ad una persona di fiducia, la comare, dicendole:" ti do un figlio pagano e riportamelo cristiano" e lei riconsegnandolo battezzato proferiva:” comare mi hai dato un figlio pagano e te lo riporto cristiano”.

Tra gli umili ex voto compariva un significativo cinto, ma dopo i restauri del 1990 è stato gettato via. Prima del rito arboreo di mezzanotte le madri usavano bagnare i figli nudi con l'acqua di San Giovanni, ma anche con la speciale rugiada notturna. Si impetrava il Battista per ottenere la grazia, mentre l'ernioso in mezzo al bosco e a lume di candela si passava da una parte all'altra del tronco di quercia aperto ad arco per la sua virilità e salute. Dell' antica festa del solstizio d'estate con la sua molteplicità di credenze e riti resta poco o nulla, ma la processione serale di San Giovanni sta lì a ricordarcela.