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Rispettando un'antica tradizione , i giovani di Subiaco (RM) alcuni giorni prima della processione serale del Venerdì Santo si adoperano per raccogliere quantità considerevoli di fascine , da ardere come falò nelle piazzette del paese durante il passaggio del Cristo morto e dell'Addolorata. ...continua a leggere "I foconi del Venerdì Santo di Subiaco"

Le immagini girate nei primi anni Ottanta del secolo scorso a Jenne,Terranova di Pollino,Noepoli,Oriolo Calabro e Condofuri, assemblate e sonorizzate nel mese di febbraio 2020, sono il frutto di fortunati viaggi nel centro sud Italia, alla ricerca di quanto restava nelle nostre campagne più isolate delle antiche tecniche lavorative legate al ciclo del grano, dalla semina al pane appena sfornato. Uno sguardo d'insieme, pur se in grande sintesi, è stato rivolto verso taluni aspetti generali di vita esistenti in isolate comunità appenniniche, in cui i bambini hanno costituito da sempre la parte più debole. L'indagine conoscitiva, condotta su di una realtà ancora in atto, quale era quella che mi accingevo ad osservare nei primi anni Ottanta, senza la pretesa di procedere con particolari scandagli sociologici, voleva soprattutto documentare la sopravvivenza o meno di lavori arcaici nella produzione di frumento, in barba alle moderne mietitrebbiatrici. Con finalità didattiche ed educative, più vicine alla mia formazione, mi sono mosso, non pensando all'inizio di raccogliere più di tanto, mentre intere lavorazioni agricole, che credevo ormai scomparse, mi si presentarono abbastanza subito in tutto il loro vitalismo e in determinate località anche tenaci nella conservazione di sistemi e procedimenti antichissimi, risalenti addirittura ai primordi della storia della agricoltura cerealicola. Davanti ai miei occhi vedevo svolgersi comportamenti, gesti e azioni che a distanza di millenni tornavano a vivere e a sbalordire, con tutto il loro fascino e fulgore, forse per l'ultima volta. E' stata una esperienza davvero unica, irripetibile ed emozionante come poche.

Vedere in questo stesso sito gli album fotografici "Lavori tradizionali nel Parco dei Monti Simbruini" e "L'antico ciclo del grano" .

Tutti gli anni , specialmente il 25 e 26 settembre, giungono a Riace gruppi di devoti per festeggiare con gli abitanti locali i Santi Cosma e Damiano, patroni del noto borgo calabrese. Qui sono venerati con grande devozione, perché ritenuti potenti protettori e taumaturghi. Originari dell' Arabia, furono fratelli e medici ed esercitarono gratuitamente la loro professione per tutta la vita. Subirono il martirio e morirono nel 303 dopo Cristo sotto l'imperatore Diocleziano. In questo territorio il culto dei Santi Medici fu introdotto nella seconda metà del XVII sec. da monaci basiliani. L'appuntamento annuale di settembre richiama pure un folto numero di Zingari rom provenienti da tutta Italia e ai due santi, considerati allo stesso modo loro protettori, fanno festa durante il corteo processionale con sfrenate tarantelle. Tra le due comunità, la Rom e la calabrese, non vi è interazione , semmai una tacita convivenza. Diverso è il loro rapportarsi con il rito religioso nel suo svolgimento, che comunque avviene sempre sotto il controllo discreto delle forze dell'ordine. Tuttavia l'intera manifestazione cultuale presenta nel suo complesso retaggi di una religiosità antica ed altra, rispetto a quella propriamente liturgica, perché conserva non pochi caratteri di un passato molto lontano. Similmente agli usi del mondo classico , è praticato il rito dell'incubazione e dell'offerta degli ex voto di cera, un tempo di argilla, raffiguranti parti anatomiche per le quali si chiede la guarigione. Di frequente spuntano tra la folla dei fedeli gambe, braccia, teste, occhi , fegati , acquistati nei banchi del mercato e poi depositati ai piedi del simulacro, su cui viene riposta la speranza di ricevere la grazia desiderata. Davanti all'immagine sostano, pregano e toccano ripetutamente la sacra effigie, quasi a voler stabilire un contatto fisico con la potenza per ricevere tante benedizioni. A loro affidano i piccoli per preservarli dai pericoli della vita e per custodirli nella buona sorte.

Riace, un paese come tanti in Calabria, con annosi problemi da risolvere, a partire dall'inarrestabile spopolamento dovuto a mancanza di prospettive di lavoro e di sviluppo. Inoltre In questi ultimi anni si è aggiunto l'afflusso crescente di profughi che sbarcano nel meridione d'Italia, in fuga dalle guerre e in cerca di una vita migliore. La diffusione del fenomeno ha interessato anche Riace, che dopo il periodo dell'accoglienza vive dissidi profondi e una situazione socioeconomica e politica difficile da gestire, ma questa è una storia ancora da scrivere.

...continua a leggere "La festa dei Santi Medici di Riace 1999"

Un palinsesto antropologico

Nel territorio più impervio del versante laziale dei Monti Simbruini scorrono le acque spumeggianti del fiume Aniene, in un susseguirsi di gole e forre molto suggestive. La sua profonda vallata è ricoperta da una distesa ininterrotta di bosco ceduo ed è ricca di limpide sorgenti . Gli equi abitarono questo luogo prima di essere sottomessi nel IV secolo a.C. dai romani che, vista l'immensa disponibilità di acqua, vi costruirono ben quattro acquedotti, tra il III secolo a.C. e il I secolo d.C. per far fronte ai crescenti bisogni dell'Urbe.

...continua a leggere "La passata arborea di Subiaco"

Celenza sul Trigno  (CH) 1980 -1993

vicino Trivento 1980
vicino Trivento (CB) 1980

 

Tra la fine degli anni Settanta e i primissimi anni Ottanta del secolo scorso il Molise interno e aree limitrofe presentavano ancora consistenti sacche di povertà, causa primaria di una massiccia emigrazione. ...continua a leggere "La pesatura paraliturgica nel culto di San Donato a Celenza sul Trigno, Cercepiccola e Contursi Terme"

Il santuario di San Rocco ad Acquaro di Cosoleto, soprattutto nella metà del mese di agosto in concomitanza dei giorni di festa a lui dedicati, richiama un folto numero di devoti, che qui giungono in pellegrinaggio da molti centri della provincia di Reggio Calabria. Accanto alle celebrazioni liturgiche si manifestano , al pari di altri luoghi del reggino in cui si venera San Rocco, riti risalenti ad una religiosità di antica origine pagana, come ad esempio il dono di ex voto di cera riproducenti parti anatomiche ritenute sanate dall'intervento del santo e la presenza di penitenti coperti di spine ( qui non trattati ), detti " spinati" , che sfilano nella processione del giorno 16. Il 15 sera si svolge il rituale della discesa del santo dall'alto della sua nicchia fino al basamento posto per l'occasione al centro della chiesa e qui sarà lasciato esposto alla devozione dei fedeli per l'intero periodo festivo.

A Celenza sul Trigno, provincia di Chieti fino al 1980 si è praticato un antichissimo rito terapeutico, volto a prevenire o a curare l’epilessia e in generale anche le crisi convulsive, mediante il ricorso al patrocinio di San Donato. Centrale nel rito era la pesatura paraliturgica, che avveniva mettendo sul piatto di una bilancia di legno un bambino/a e sull’ altro un sacco di grano di peso equivalente. ...continua a leggere "La bilancia di San Donato – Celenza 1980"

La messe è ultimata nelle campagne attorno a Celenza sul Trigno, nel chietino, quando il paese si prepara a festeggiare il 7 agosto il patrono San Donato. L'evento festivo, anche se rappresenta ancora un momento importante per la comunità, in questi anni si è andato via via modificando,tra richiami ludici da un lato e abbandono di vecchie tradizioni dall'altro, come quelle legate alla pesatura dei bambini in chiesa con l'offerta del grano. ...continua a leggere "La festa di San Donato Celenza 1993"

  • La tradizione delle Zitelle o Verginelle o Scapillate. Ipotesi sull'introduzione del Pianto delle Zitelle nella festa della SS. Trinità a Vallepietra.

Vallepietra -Veduta della Tagliata, alla cui base è situato il santuario della SS.Trinità, 1337 mt.

Dopo 12 anni dalla pubblicazione dello stesso  argomento nella rivista culturale Aequa (1), in base a nuovi ed inediti documenti, reputo importante tornare a scrivere sul Pianto delle Zitelle e  su quel diffuso fenomeno europeo del pellegrinaggio per procura, che si ritrova ben radicato anche nel santuario  di Vallepietra  all'interno del secolare culto trinitario e non solo.
Mantenendo la medesima linea interpretativa ho ampliato il raggio di azione e di indagine, così da acquisire conoscenze più dettagliate, decisive per validare ancor più le ipotesi allora avanzate e qui ribadite. Con il conforto di altre fonti si sono potuti delineare sostanziali fatti relativi alla lauda sacra del Pianto e alla figura di quelle ragazze e donne nubili di Vallepietra, perciò Zitelle, prescelte a cantare davanti alla schiera di pellegrini i “Misteri della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo”, la mattina del giorno di festa della SS. Trinità sul monte Autore (2). L’attività di studio è stata rivolta in primo luogo all’ osservazione e all’ analisi di specifici rituali compiuti esclusivamente da ragazze di riconosciuta  moralità, deputate a impetrare su commissione e dietro compenso una richiesta di grazia alla onnipotenza divina e in secondo luogo all’ esame della librettistica popolare, con le raccolte di canzoni religiose e preghiere destinate soprattutto alla vendita nell’ area del santuario montano della Trinità, tra Ottocento e Novecento.

Le Zitelle del Pianto, SS. Trinità 2004

Nelle regioni di appartenenza le giovinette prendono nomi diversi. Nell’ alta valle dell’ Aniene, ai confini tra Lazio e Abruzzo, sono chiamate Zitelle, mentre nel centro sud Italia, esclusa la Campania dove sono meglio conosciute con il termine di Scapillate, hanno il nome di Verginelle. Questa antichissima usanza colta nelle sue sfaccettature è stata documentata attraverso una decennale ricerca sul campo, condotta nell’ Italia centromeridionale. La sua accertata presenza nel paese di Vallepietra ritengo non sia affatto estranea all’ oggetto delle nostre ipotesi ed anzi rientri nelle decisioni ecclesiastiche di affidare, non senza motivo, a Zitelle del posto la sacra rappresentazione del Pianto (3).

Il fenomeno popolare delle Zitelle, Verginelle o Scapillate

È questo un capitolo di grande interesse, un frammento della nostra storia da indagare maggiormente e quasi dimenticato.
Non si tratta, come in un primo momento si potrebbe credere, di uno di quei gruppi dell’ associazionismo laicale cattolico che riunisce Confraternite femminili, Figlie di Maria, Pie Unioni, organizzate gerarchicamente con i loro statuti e sottoposte all’ autorità ecclesiastica. Tanto meno ha riferimenti con le antiche istituzioni preposte ad elargire una dote a nubili ragazze orfane o povere, se di buona virtù, per consentire loro di maritarsi e nemmeno sono da confondere con altre zitelle, che ritualmente andavano a chiedere ad un santo o alla Madonna la grazia di sposarsi o di diventare madri. Il fenomeno delle zitelle-verginelle, pur sviluppatosi  entro i  dettami delle pratiche cultuali dominanti, se ne è via via  discostato  per le sue manifestazioni religiose autonome e spontanee, appartenenti prettamente alla cultura popolare. Esso era diffuso  e in modo marginale lo è tuttora, nell’ area centro-meridionale dell’Italia, incentrato su una comune, ma non identica ritualità di azioni e comportamenti, atti a chiedere alla Potenza divina una guarigione da un male o una grazia in generale, per conto di una persona che dietro pagamento commissionava questa speciale forma di preghiera secondo le sue volontà. L' usanza devozionale delle verginelle non si sa quando si è affermata nell’ alta valle dell’ Aniene, anche se ragionevolmente si può far risalire ad alcuni secoli addietro, come vedremo, dove restano vivide testimonianze orali a Trevi nel Lazio, a Camerata Nuova, a Filettino e a Vallepietra, paesi  disposti attorno al santuario della Trinità di Vallepietra, da cui di certo si è estesa.
Il cerimoniale prevedeva la partecipazione solo  di ragazze o di giovani donne, purché vergini, fondato sull’ antico principio secondo il quale la purezza,  messa in risalto dall’ abito bianco, l’innocenza dell’anima, l’atto penitenziale di supplica potessero offrire le più benevoli premesse per l’accoglimento delle richieste di grazia da parte delle potenze celesti.
Quando una persona era colpita da un grave male o da una sventura, i suoi familiari chiamavano un certo numero prestabilito di bambine del posto, già preparate a tale compito, affinché andassero a chiedere per conto dell’ammalato una grazia di salvezza, ma non in una chiesa qualsiasi, bensì solo in quella o quelle fissate dalla tradizione, in cui si sarebbero potuti compiere quei ritualismi salvifici codificati nel tempo. Ovunque la richiesta della grazia si esplicava attraverso un cammino pellegrinale di andata e ritorno, sorta di metafora della stessa vita. Ciò comportava l’onere di tenersi sempre disponibili e perfino di partire con qualsiasi tempo in caso di assoluto bisogno, nessuna si sottraeva all’ ufficio di impetrare l’intervento soprannaturale per salvare una persona. Era questo un vero e proprio viaggio della speranza, spesso l’unico possibile. Il numero delle Verginelle variava da un luogo all’ altro, anche se ricorrente era il 7 oppure il 12 ed iniziavano in alcuni posti in giovanissima età, 6 0 7 anni, per arrivare anche a 18-20 anni, comunque fin quando non si sposavano. Poi erano rimpiazzate da altre ragazze che si prestavano con il consenso della famiglia, ben disposta per l’onore che riceveva e per un certo aiuto economico che ne derivava. Accompagnate da una donna “esperta” o all’ occorrenza da una di famiglia, possibilmente nubile, partivano vestite di bianco dalla casa dell’ammalato o dalla chiesa parrocchiale per recarsi in preghiera al luogo di culto designato. Il rito non solo non prevedeva la partecipazione del sacerdote, ma era gestito al di fuori della sua competenza e a volte conoscenza. Durante il tragitto a piedi, che poteva essere breve o molto lungo secondo la distanza del luogo sacro da raggiungere, recitavano in genere il rosario , le litanie e cantavano inni. Giunte a destinazione compivano riti di ingresso, che prevedevano di frequente atti penitenziali, come camminare in ginocchio fin davanti alla immagine sacra, continuando a cantare, a pregare e invocare. Dopo la richiesta di grazia, uscivano seguendo altrettante ritualità e il più delle volte ricevevano dal familiare una ricompensa in denaro, ma anche prodotti alimentari o di altro genere.

Il pellegrinaggio per procura – Un fenomeno europeo

Ma quali radici storiche stanno alla base di tale vasta diffusione, non solo in Italia, ma anche in Europa? Tutto si deve far risalire a dopo l'anno Mille, quando su larga scala ripresero i traffici, gli scambi economici, i pellegrinaggi. Tra questi era frequente la peregrinatio pro voto, per ringraziare il santo di un beneficio ricevuto; la peregrinatio pro penitentia, per espiare i peccati e il pellegrinaggio per procura. Non tutti, perché vecchi e malati, potevano permettersi di affrontare un cammino così lungo, difficile e pericoloso, basti pensare al cammino di Santiago, per questo ricorrevano dietro pagamento ad una persona che li sostituisse nel compimento del viaggio, valido a tutti gli effetti per impetrare alla divinità le grazie richieste dal committente. La pratica si ramificò così tanto da creare un vero e proprio mercato, che tenne sempre meno in considerazione l'aspetto della preghiera da rivolgere al cospetto delle sacre spoglie del santo, per conto di chi aveva commissionato l'atto devozionale e si dovette porre rimedio a questa incresciosa situazione. Il pellegrinaggio per procura allora fu consentito solo se effettuato da persone integerrime e soprattutto dai familiari. Addirittura divenne condizione imprescindibile per acquisire l'eredità. Il fenomeno nei suoi elementi di base, strutturali e concettuali, è poi giunto fino a noi e si radicò secoli addietro nel borgo montano di Vallepietra, molto probabilmente qui trasmesso dalle compagnie ciociare, frequentanti sia il santuario della Madonna di Canneto nel frusinate, ove era particolarmente vivo, che quello della Trinità sul monte Autore.

Il rito delle Zitelle nei paesi attorno al santuario montano della SS. Trinità: Filettino, Trevi nel Lazio, Camerata Nuova, Vallepietra.

Data la scarsità di notizie storico-religiose al riguardo, ritengo opportuno riferire i risultati della ricerca, frutto di tanti anni di lavoro. L’indagine ha messo in luce storie personali e vicende umane dolorose di popolazioni un tempo contadine e povere, sempre esposte alla precarietà economica ed esistenziale; genti che nel tempo sacrale della festa, attraverso complessi cerimoniali, ricercavano un aiuto divino per affrontare le fatiche e i dolori della vita. Certamente il fenomeno dei pellegrinaggi non può essere racchiuso entro quest’orizzonte umano, perché tante altre voci, moti dell’anima e bisogni si esprimevano nei lunghi o brevi cammini verso il Mistero divino, e molte altre componenti sociali, economiche, politiche, psicologiche ne facevano parte. Ma ciò va oltre il tema di questo studio.

La peregrinante e le verginelle di Filettino (Fr)

Il santuario della SS. Trinità nel giorno di festa-1985

Per questa pagina mi sono avvalso del racconto di Maria Teresa Giovannoni, nativa di Filettino, che ringrazio per la sua bella testimonianza. ”Anche a Filettino era uso rivolgersi alle “verginelle” per impetrare grazie: Di solito le fanciulle si recavano sotto la guida di una donna matura nella chiesa di S. Antonio, allora solitaria su un colle fuori dell’abitato. In cambio ricevevano una modesta ricompensa in denaro che a loro sembrava munifica”. Aggiunge inoltre: “Però a Filettino esisteva anche un’altra figura intermediaria fra l’uomo e Dio che percorreva a piedi, anche più volte l’anno circa 34 Km. il pellegrinaggio per interposta persona . Era compito e lavoro di alcune donne mature o anziane, serie professioniste che si recavano alla Trinità in primavera o in autunno. Di solito non andavano sole, ma in compagnia di paesani che esse guidavano assicurandosi che non venisse mai meno la preghiera”. Giunti al santuario “compivano i riti prescritti, intercedevano per le intenzioni del committente e attingevano acqua santa che il giorno seguente consegnavano ricevendo in cambio il pagamento della tariffa e viveri. La scrittrice infine così racconta la sua indimenticabile esperienza personale di allora :”La peregrinante quando entrava in casa era accolta con grande rispetto, venivamo chiamati io e i miei fratelli e tutti insieme recitavamo varie preghiere, poi ogni membro della famiglia beveva tre sorsi dell’acqua della Santissima intervallandoli con un Gloria Patri. Terminata questa fase, la donna passava a raccontare del viaggio, descriveva le difficoltà incontrate, le novità, gli incontri fatti e i presagi avuti, creando un’atmosfera misteriosa, quasi magica.Il Credo è filato liscio, va tutto bene “ oppure “Alla Croce s’è levato il vento a turbine. Tocca pregà figli mèe”. Per noi ragazzini la Trinità era diventato un luogo unico, una meta da raggiungere quasi una tappa della vita”(4).
Gli elementi culturali che connotano il contesto religioso si intrecciano in un comune substrato di ritualità e credenze, trasversale a tante realtà appartenenti ad aree geografiche diverse. Davvero importante questa testimonianza, che indica il santuario vallepietrano come il luogo territorialmente designato per la richiesta di grazia , attraverso un rito che qui si è mantenuto nella forma più antica con la figura della “peregrinante”. Dal santuario questo articolato rito di guarigione, considerato come una speciale preghiera rivolta a Dio, si propagò nei paesi del vicino territorio, per restarvi fino in tempi abbastanza recenti.

Le 12 zitelle di Trevi nel Lazio (Fr)

Informatrici: Maria Rosaria Abbate e Agnese Giansanti, entrambe Verginelle da bambine (5).

La comunità di Trevi nel Lazio è fortemente legata al culto della SS. Trinità ed ogni anno partecipa numerosa al pellegrinaggio primaverile verso il santuario di Vallepietra, fatto tutt’ oggi interamente a piedi. Non sono state molte le donne disposte a lasciarsi intervistare, però le due informatrici una volta interpellate, Maria Rosaria e Agnese, con la loro lucida memoria hanno ampiamente compensato. A Trevi, dove si usa il termine Verginella per indicare una fanciulla ,“Quando c’è qualche persona malata, oppure ha bisogno di qualche grazia, prendono 12 ragazze, giovani senza sposà e vanno a pregà alla vicina chiesetta della Madonna del Riposo” (6). Le ragazze di 10-12 anni, ma anche di 15-20 anni, “basta che non sono sposate” sono accompagnate da una donna e recitano il rosario: all’ andata si dicono i misteri dolorosi e gaudiosi e al ritorno i misteri gloriosi.

Trevi nel Lazio, 1994, chiesa Madonna del Riposo

Durante la sosta nella chiesetta si recitano le litanie e le preghiere della novena della Madonna di Pompei per “chiedere la grazia a favore di…”. La famiglia del malato fa un’offerta in denaro alle ragazze, secondo le possibilità. “Prima la miseria ce ne stava tanta, la povera gente non si poteva comprà manco i lacci pe’ le ciocie. Noi andavamo lì per ottenere qualcosa senz’ altro, perché il nostro cuore chissà quante cose desidera. - Madonna mia vedi com’ è, come non è. A me tante volte mi ha ascoltato”. La signora Giansanti aggiunge: “L’ altr’ anno, il 1993, un bambino è stato operato al cuore e la famiglia ha voluto fare le Verginelle”. L’altra informatrice aggiunge :“Ce ne stanno ancora tante in separata sede che ci vanno pure, pure senza fà sapé”, alludendo chiaramente alle bambine (7).

Le 7 ragazze di Camerata Nuova (RM)

Informatrici: Rosalba S. e Maria A., quest’ultima Zitella da ragazza (8).

Camerata 1991, richiesta di una grazia
Camerata 1991, sette ragazze con la committente salgono a S. Maria delle Grazie

Camerata 1991, sette ragazze con la committente pregano
Camerata 1991, richiesta di grazia per procura

Fino al gennaio 1859 il piccolissimo paese era situato nei pressi del Monte Camposecco, nella catena dei Simbruini, ad un’altezza di 1220 metri, al confine tra Lazio e Abruzzo. Agli inizi di quell’ anno un incendio distrusse le misere case, risparmiando però la chiesetta della Madonna delle Grazie, perché posta fuori l’abitato (9). Nel decennio successivo, dopo innumerevoli tribolazioni, fu costruito il nuovo paese in una posizione più favorevole e a quota molto più bassa, ai limiti della Piana del Cavaliere. Anche se è trascorso molto tempo da quei tragici eventi tutti gli abitanti hanno mantenuto un amorevole rapporto con il vecchio luogo di origine e in particolare con la Madonna delle Grazie, che si venera nell’ antica chiesetta scampata all’ incendio (10). Qui si recano i cameratani nel giorno di pasquetta per festeggiarla con tanto di banda e confraternita. Nel paese si è mantenuta più che in altri luoghi vicini la tradizione delle Zitelle, tanto che nel 1991 ho potuto filmare l’intero cerimoniale, che a memoria d’uomo si è sempre svolto così. “Sette zitelle, non sposate, piuttosto giovani, se possibile che non sono nemmeno fidanzate, dovrebbe essere così”, da sole o guidate da una donna esperta o di famiglia si inerpicano per il pendio scosceso e boscoso dirette alla chiesetta di Santa Maria delle Grazie, raggiungibile in quasi un’ora di cammino.

Camerata 1991, chiesa di S.Maria delle Grazie e in fondo i ruderi del vecchio paese bruciato nel 1859.

Durante l’impervia salita recitano il rosario e le litanie fino ad arrivare in chiesa. Dopo una breve sosta, escono al di fuori e rivolte verso il vicino convento montano della Madonna dei Bisognosi continuano a pregare. Al rientro alcune accendono le candele, altre iniziano a spazzare il pavimento e altre ancora rassettano la chiesa, gettando fuori la sporcizia raccolta. Si dispongono in ginocchio al centro dell’unica navata e la più piccola, all’ inizio della fila, invoca più volte la Vergine per la grazia, mentre retrocedono  senza voltare lo sguardo alla Madonna con il Bambino, dipinti al di sopra dell’altare. Prima di tornare in paese, suonano vigorosamente la campana della chiesa, i cui rintocchi riescono ad arrivare nel sottostante borgo di Camerata Nuova. Giunte in paese, entrano nella chiesa parrocchiale per un’ultima preghiera e ad attenderle fuori vi è la committente, che le ricompensa con un’offerta in denaro. Per scrutare se i segni sono fausti o infausti, si ricorre ai presagi, che spesso accompagnano le attese ansiose e le speranze dei familiari. A Camerata si fa attenzione al loro modo di comportarsi perché: “durante che vanno o stanno alla chiesa, può darsi che sò allegre, ridono, scherzano, pur che ci sia una cosa grave di mezzo, si dice che è segno buono, che va bene. Se invece dopo queste si agitano, stanno con la paura, si dice che può darsi che questa persona va male, muore”. Un familiare aggiunge: “Secondo la tradizione questo spirito dovrebbe essere dato dalla Madonna stessa, cioè nonostante la grazia che vanno a chiedere, devono sentirsi sollevate, che gli piace di scherzare, ridere con le compagne”. Di ben altra natura sono i segni premonitori descritti dal De Nino quando dice, sempre in riferimento alle Verginelle: “l’infermo guarisce, se le fanciulle, nell’ andare, videro buoi; muore, se si abbatterono in qualche prete” (11). Conseguenze nefaste potevano accadere anche alle stesse ragazze. A Prata Principato Ultra (AV) “dicevano che se il malato guariva loro stavano bene, se moriva questo malato, che non avevano la grazia diceva che cadevano tutti i capelli a queste “Scapillate” (12).

Gli avvenimenti di Camerata vecchia permettono di avanzare con buona veridicità una prima stima temporale del rito, non solo riferito alla piccola comunità di Camerata, ma soprattutto al santuario di Vallepietra e dintorni. L’anno 1859 costituisce un sicuro punto di riferimento per datare il rito ad un tempo antecedente al rogo, in base ad una semplice deduzione dettata dai fatti. La popolazione dopo aver abbandonato  la montagna, definitivamente  dopo un secondo disastroso incendio avvenuto nel 1865, si è trasferita nella pianura sottostante, però ha continuato ad inviare e fino ai nostri giorni 7 zitelle nella chiesa di Santa Maria delle Grazie per compiere il rito. Se il luogo fosse stato  ininfluente  ai fini di ottenere una guarigione o altre vitali benedizioni, perché sottoporre le ragazze a quel faticoso tragitto irto di pericoli, specie d’inverno, invece di accompagnarle a pregare nella chiesa del rinascente borgo? Evidentemente perché quella chiesetta montana era stata, ab immemorabile, la sede privilegiata ove impetrare la richiesta di grazia, quindi prima che l’incendio divorasse il vecchio abitato. Stante ciò, il rito delle zitelle-verginelle è da ritenersi piuttosto anteriore sia alla data dell’incendio che dello stesso Pianto, introdotto nel decennio del 1860. Inoltre, ad ipotizzare un’ulteriore profondità storica stanno usanze arcaiche, sopravvissute grazie al totale isolamento di quelle genti, come l’azione lustratoria compiuta nella chiesetta di Santa Maria delle Grazie, in cui elementi magici convivono con quelli propriamente religiosi.

Ruderi di Camerata Vecchia

Orbene il rito a Camerata e in altri paesi della Valle dell’ Aniene, deve essersi diffuso dal santuario della Trinità per imitazione, perché solo da un potente centro spirituale possono irradiarsi modelli culturali e cultuali di tale portata (13). Il fatto poi che i cameratani, come  altre locali comunità, destinarono per la supplica di grazia un edificio sacro vicino al paese, lo si deve sicuramente attribuire alla distanza del santuario vallepietrano e al percorso irto di pericoli per raggiungerlo, senza contare la sua inagibilità almeno per metà anno.

Le altre zitelle di Vallepietra(RM)

Informatrici: Settimia De Santis, Solidea De Santis, Zitelle del Pianto e Marietta De Angelis, Domenica De Santis, Zitelle del rito di grazia. Presenti, inoltre, Angela Aquilani, Lorenza Palmieri, Angela Rotondi, Maria Missimei, tutte anziane, mentre Rosa Recchia è di mezza età (14)

Il santuario-grotta della SS. Trinità (15) si trova sul fianco orientale del Monte Autore a 1337 mt. Fino agli anni ’60 era raggiungibile solo a piedi con circa un’ora di cammino dal paese di Vallepietra, superando un dislivello di ben 500 metri. Negli anni seguenti una strada ha collegato il luogo sacro, frequentato ogni anno da più di mezzo milione di persone, provenienti da vaste zone del Lazio e Abruzzo. Per il pellegrinaggio i fedeli si riuniscono in compagnie, che nel vessillo trinitario hanno il loro riferimento di fede e di aggregazione. La stragrande maggioranza delle compagnie laziali per raggiungere il santuario deve passare per il paese di Vallepietra, mentre le compagnie abruzzesi transitano per il paese di Cappadocia, sul versante opposto.

Vallepietra 1990, santuario della SS. Trinità

A Vallepietra il rito delle Zitelle per delega assunse caratteristiche alquanto peculiari. Anzitutto è emerso che le Zitelle si prestavano quasi esclusivamente per i pellegrini che nei giorni della festa chiedevano la loro intermediazione. Di rado era commissionata  dagli abitanti di Vallepietra per la loro consuetudine a recarvisi di persona. Vi erano anche compagnie ciociare, di certo le stesse che andavano alla Madonna di Canneto, che portavano le zitelle dai paesi di partenza ma, specie nel passato, quando le difficoltà del viaggio erano notevoli per le distanze da percorrere interamente a piedi, i pellegrini dovettero ricorrere alle prestazioni delle zitelle di Vallepietra. Molte relazioni e amicizie sono nate nel corso degli anni da questi incontri e ancora oggi ci si ritrova insieme nel giorno solenne della Trinità, quando gli abitanti di Vallepietra con generosità mettono a disposizione locali e abitazioni per ospitare i pellegrini bisognosi di trascorrere la notte al coperto. In questa occasione era frequente che una compagnia o una singola persona chiedesse ad una conoscente di trovare 8-10 ragazze non sposate, ma “pure 2, secondo la famiglia come poteva pagà” per andare al santuario a ringraziare o a impetrare l’aiuto delle Divine Persone. “Portavano in dono queste Zitelle alla Trinità.

Vallepietra 1978, compagnia con le verginelle davanti la cappella di Sant' Anna

Vallepietra 1978, compagnia con le verginelle

Questo era un voto per la Trinità”, hanno ripetuto le informatrici. Le giovinette si radunavano davanti la chiesa parrocchiale e se vi era una esplicita richiesta indossavano l’abito bianco e portavano le candele accese. Negli ultimi anni però tale usanza si è persa e   al più  si andava solo con il capo velato di bianco. Al seguito di chi aveva ordinato il rito iniziavano a pregare e ad intonare l’inno in lode della Trinità. Arrivate  al torrente Simbrivio recitavano il rosario, il Credo, le litanie e altre orazioni che si protraevano fin nella grotta del santuario. Quando attraversavano un corso d’acqua era tradizione gettare sassi dal ponte gridando : “Abballe i peccati mée” (via i peccati miei) ed “Evviva la SS. Trinità”, con l’intento simbolico di purificarsi in vista della richiesta di grazia.

Vallepietra 2004, pellegrini lanciano sassi nel Simbrivio simbolicamente per gettare via i peccati

Giunte nella sacra grotta compivano i tre giri rituali passando davanti all’ immagine prodigiosa e uscendo senza voltare le spalle.

La valle del Simbrivio con il paese di vallepietra in fondo
Valle del Simbrivio con Vallepietra in fondo

Al termine il familiare implorava la grazia divina. Le ragazze si univano e si stringevano coralmente alla vibrante invocazione rivolta in ginocchio alla Trinità, affinché accogliesse la supplica. Una volta pagate, le zitelle tornavano giù in paese.
Chi non si è mai incontrato il giorno della Trinità dentro lo stretto delubro con le compagnie di devoti che sfilano con le proprie fragilità fisiche ed esistenziali davanti all’ immagine trinitaria, difficilmente può arrivare a comprendere come lì avveniva una richiesta di grazia e più in generale la cultura che la esprimeva. “Prima la grazia si chiedeva strillando, forte, strillavano forte, forte, piangevano e strillavano, pure tu strillavi insieme a loro”- racconta una intervistata. E un’altra informatrice incalza: “La persona che ci portava piangeva, si inginocchiava davanti all’ immagine, gridava:- Grazia Santissima Trinità! Pure noi ci si commuoveva, eravamo piccole, giovinotte , signorine”. “Il familiare chiedeva la grazia e noi appresso” - conclude un’altra informatrice:" ricordo che veniva con la lingua per terra stracinoni la gente per terra, sia alla chiesa del paese che al santuario” (16).

Santuario SS. Trinità 2000, compagnia di Riofreddo

Dopo questa estenuante prova emotiva, le ex-zitelle ricordano: “Noi tornavamo giù con la speranza che ci pigliava un’altra compagnia, perché allora c’era bisogno, ecco allora te faceva comodo anche una lira, mezza lira, quello che era”. La signora Marietta aggiunge: “Una volta ci siamo andate anche quattro volte in un giorno, ci chiamavano e ci riandavamo lo stesso, noi avevamo pure bisogno allora” (17), e accadeva anche di partire di notte o con un temporale e con l’unica illuminazione delle candele.
Il compenso intorno agli anni sessanta del secolo trascorso era di 100–200 lire, ma poteva avvenire anche con prodotti alimentari. Per soddisfare la numerosa richiesta dei fedeli di Sezze, Terracina, Anagni, Fondi (18) c’erano perfino più gruppi di zitelle, a volte in competizione tra loro. Il forte sentimento di solidarietà lasciava il segno nell’ animo dei partecipanti e si instaurava nel tempo una lunga e stretta amicizia fatta di gratitudine e di profondo rispetto. Non passava anno che i pellegrini riconoscenti andassero a salutare la ragazza e la famiglia che li avevano aiutati nel bisogno, forse allacciando anche vincoli di comparatico (19).
La tradizione è rimasta abbastanza viva fino agli anni 1969-’70. La crescente motorizzazione e il tramonto della civiltà contadina hanno ben presto contribuito a ridurre l’attività delle zitelle-prefiche di Vallepietra, a tutto vantaggio di quelle che ora potevano raggiungere il santuario senza difficoltà dai paesi lontani (20).Oggi di tutto ciò non restano che sporadici ricordi, coltivati solo da chi ha vissuto quelle esperienze in prima persona.

Funzione e connotazione delle “prefiche bianche”

Da tempi lontanissimi alle donne è stata riconosciuta una prerogativa magico-religiosa di collegamento con la dimensione sovrumana ed esoterica, basti pensare alle vergini vestali di Roma, alle maliarde che presso i romani praticavano i sortilegi, alle streghe medioevali. Il ruolo di intermediazione tra il mondo fisico e quello soprannaturale emerge prepotentemente anche in questa azione di missione che viene loro affidata, con carichi emotivi non indifferenti e proporzionabili al grado di consapevolezza raggiunta.

Ancora in tempi recenti gli uomini, da sempre esposti ad ogni forma di precarietà e di crisi, hanno continuato a perpetrare come estrema possibilità di salvezza cerimonie magico-religiose tramandate da secoli. Le verginelle, attraverso la santa intercessione verso Dio, trasmettevano una speranza di vita e dunque esercitavano un’azione di conforto psico-fisico in grado di lenire atti di prostrazione al malato e di dare sostegno morale alla famiglia. Il cordoglio era così alleviato, perché condiviso con altre persone, non si rimaneva soli ad affrontare il dolore, una fitta rete di rapporti sociali univa ogni singola persona alla comunità. Affidare ad uno speciale gruppo di ragazze una spedizione di aiuto significava restare in fiduciosa attesa e nutrire delle aspettative, che potevano sollevare un po’ il morale della famiglia in difficoltà. Oltre a ciò le giovinette, svolgendo un’ apprezzata funzione pubblica, venivano a collocarsi in una riconosciuta posizione sociale, ricevendo particolari attenzioni e riguardi da parte degli adulti. Spesso ignare dell’operato che le veniva chiesto erano condotte ad eseguire veri e propri riti di iniziazione e di aggregazione, che comportavano l’assunzione di delicati compiti relazionali. Non a caso il gruppo era composto da un preciso numero di ragazze, che poteva variare da luogo a luogo. Ciascuno con la sua antica sacralità era ritenuto il più idoneo ad accrescere il successo delle richieste. Ricorrenti sono stati il 7 e il 12, riscontrati in diversi paesi, tra cui Camerata Nuova, Roccavivara, Palmoli, Venere, ecc. Tale numerazione dai reconditi significati, si potrebbe spiegare prendendo come punto di riferimento l’iconografia mariana e nello specifico la Madonna dei sette dolori (21) e la Vergine con la corona di 12 stelle, che rappresentano il numero delle 12 tribù di Israele. Le verginelle con la loro prestazione a pagamento richiamano vagamente le classiche prefiche però, mentre le nere lamentatrici greche erano prezzolate per piangere sul defunto e per lui urlavano di dolore e si strappavano i capelli, le bianche scapillate se li facevano crescere in modo fluente, come auspicio di una lunga vita, spegnevano le candele prima di entrare in casa, per non essere di malaugurio, spazzavano la chiesa con funzione chiaramente apotropaica e suonavano vigorosamente la campana per esorcizzare che non fosse a morto, si mostravano allegre per suscitare simpaticamente una uguale reazione, compivano la circumambulazione nei santuari per “rinchiudere in un cerchio il potere benefico scaturente da un luogo o da un oggetto sacro” (22).

Il Pianto delle Zitelle nella festa della SS. Trinità di Vallepietra

Vallepietra 1991 SS. Trinità - Pianto delle Zitelle

Il Pianto delle Zitelle, che si svolge nel santuario della Santissima Trinità di Vallepietra, è talmente noto che non è mia intenzione soffermarmi sugli aspetti acclarati e storicamente documentati, per i quali si rimanda alla numerosa bibliografia. Se per un verso si sono condotti studi approfonditi e puntuali sulla struttura del testo poetico-melodico, per un altro le interpretazioni sulle origini  che stanno a fondamento dell’esistenza del Pianto, sono diverse ed anche molto discordanti tra loro, riassumibili in sintesi nelle posizioni sostenute da Brelich e dal Caraffa-Di Nola (23)

Il primo sostiene che il Pianto con l’insieme del culto trinitario conserva tracce molto antiche, risalenti addirittura ad un’epoca precristiana; i secondi invece sono del parere che qui la devozione religiosa abbia avuto inizio in pieno medioevo, forse ad opera di San Domenico di Cocullo (24).

Vallepietra, effigie della SS.Trinità , XIII sec.

Prima della personale elaborazione critica, penso sia cosa utile ricordare, in breve, che il Pianto delle Zitelle è una sacra rappresentazione della passione di Cristo, che ragazze nubili di Vallepietra cantano nel santuario durante la festa della Trinità. Il gruppo di giovinette, di regola in numero di venti, sono vestite di bianco, ad eccezione della Madonna dei Dolori che indossa una tunica nera, ognuna delle quali rievoca con monologhi e in forma per lo più monodica i misteri, recando in mano i simboli e gli strumenti della passione (il calice, le funi, la mano, la colonna, le sferze, le spine, i chiodi, il fiele, la lancia, la croce) e impersonando le figure che hanno determinato e accompagnato il cammino doloroso di Cristo (Giuda, Pilato, Ecce Homo, il Crocifisso, la Maddalena, la Madonna, Marta) (25). Ad esse si affianca il coro che introduce il prologo e intervalla i misteri, almeno così fino al 1998, quando l’impianto scenico tradizionale è stato trasformato a vantaggio di una rappresentazione più spettacolare, in cui hanno fatto la comparsa per la prima volta attori maschili. Dal suo inizio e fino al 1968–69 la rappresentazione del Pianto si è svolta nel balconcino prospiciente il sacro delubro; poi, con la costruzione in quegli stessi anni del grande altare coperto, è stata spostata al suo interno e qui è rimasta fino alla data del 1998.

Vallepietra 1986 SS. Trinità - Pianto delle Zitelle

Nell’Archivio vescovile di Anagni si custodisce un manoscritto del 1836 in cui Francesco Tozzi, rettore nel 1683 della chiesa della SS. Trinità e arciprete nel 1707 di Vallepietra, è indicato come autore del componimento che poi sarà noto con il nome di Pianto delle Zitelle. Il documento, studiato dallo storico Filippo Caraffa, riporta il titolo di “Misteri della passione di Nostro Signore Gesù Cristo e del Miserere volgarizzato, copiato dall’ originale fatto dalla bona memoria del signor arciprete D. Francesco Tozzi, morto nel 1725. Luigi Tozzi copista del presente libretto, l’anno 1836” (26). Altre rilevanti notizie, che si riportano integralmente , ce le fornisce lo stesso Caraffa: “In queste relazioni (riferendosi alle visite pastorali del Settecento) non si trova alcun accenno al “Pianto delle zitelle”. Così nella visita pastorale del 26 luglio 1782 del vescovo Antonimi, non si fa il minimo cenno della festa di S. Anna in quel giorno al santuario né dell’eventuale presenza di pellegrini. È da ritenersi, come vedremo, che il “Pianto delle zitelle” e la venerazione a S.Anna vi siano stati introdotti a metà del sec. XIX. E ancora, con spirito veramente critico, Attilio Adinolfi, vescovo di Anagni (1931-1945), scriveva il 15 settembre 1942 al prof. Corrado Mezzana: “Dalle altre relazioni di visite pastorali che ho consultato e letto […] quel che mi ha fatto impressione è che discendendo fino al 1850, pur parlando di messa cantata solenne, all’ aperto nella festa della SS.ma Trinità, non si fa il minimo cenno al canto delle zitelle, pure sarebbe stato un particolare locale e caratteristico da notare; così pure non si parla di pellegrinaggi nel giorno di S.Anna”. Conclude quindi il Caraffa: “Ritengo molto probabile che il “Pianto delle zitelle” sia stato introdotto dal Graziosi (nominato abate del santuario nel 1856, che poi ha retto fino al 1880) e questo potrebbe spiegare la costruzione della loggia per opera sua. Tale ipotesi viene avvalorata dall’ amicizia dell’abate con il sacerdote Luigi Tozzi che nel 1836 aveva trascritto il Pianto da un manoscritto originale […] che doveva servire per altro scopo”(27). Fin qui le fondate conclusioni del Caraffa, che  in precedenza si era così espresso"(si ricordi che nel 1860 fu fatta l'attuale facciata del santuario con la loggia per il <Pianto>)". Un abbinamento  che però oggi, alla luce di quanto riportato nel libretto  di Praglia,  appare non consequenziale e   la comparsa e la collocazione temporale del Pianto troverebbero giustificazione solo verso la fine del decennio o poco dopo. Se comunque il circoscritto limite di datazione è ormai cosa acquisita, restano da chiarire quali possibili ragioni concorsero ad inserirlo in questo contesto festivo ed anche perché ha assunto il particolare titolo di “Pianto delle Zitelle”. Su di esso è evidente, convergono due matrici culturali distinte: una derivante dalla illustre letteratura religiosa medioevale e l’altra dalla oralità di estrazione popolaresca. Per dirla anche con Brelich “la manifestazione si pone tra il rito ecclesiastico e l’usanza popolare”(28). Infatti dalla sua comparsa e per anni ancora la lauda sacra di Vallepietra ha mantenuto ufficialmente solo il nome di Pianto, su cui ben presto è andata ad aggiungersi la denominazione un po’ vernacola delle zitelle, fino alla sua definitiva sovrapposizione, avvenuta per la più immediata diffusione tra i fedeli, a cui non dovette sfuggire l’accostamento con le verginelle operanti su delega nel santuario. Una riprova viene proprio dai primi libretti a stampa di orazioni e canti destinati alla vendita in loco, nella cui copertina frontale è messo in evidenza il nome più commerciale di zitelle, mentre nell’ appendice interna appare quello di Pianto, con tanto di autorizzazione prefettizia per la esclusiva vendita.

Ma il testo religioso e la stessa teatralizzazione hanno subito nel corso del tempo cambiamenti, per cui “Non ci si trova di fronte ad un solo “Pianto”, ma a diverse varianti” di esso (29), con edizioni disseminate di errori linguistici, sia in latino che in italiano. Un dato di fatto, che in piccola parte ha riguardato pure la “Canzone in lode alla Santissima Trinità”. I testi, circolati impunemente per ben 48 anni, sono stati alla fine emendati solo nel 1935, per essere restituiti almeno alla corretta forma scritta. A parte  il mancato controllo religioso per così lungo tempo, le sgrammaticature probabilmente furono commesse  anche dalla tipografia Angelucci, non nuova a simili svarioni(30), evidenti nei frontespizi del Pianto ad esempio riportati.

Quattro libretti di canzonette e preghiere a confronto.

Spiegazzati e consumati libretti di canzonette e preghiere, troppo presto abbandonati o finiti in soffitta, sanno raccontare ed evocare meglio di tante parole eventi, sentimenti, valori del popolo orante e pellegrinante. Momenti collettivi di comuni speranze o individuali invocazioni di aiuto affiorano tra le pagine scolorite di un piccolo mondo antico, fortemente ancorato allo scoglio della fede. Scartabellando un po’, ho scovato le edizioni di quattro libretti, pubblicati nell’ arco temporale di oltre mezzo secolo e per di più, cosa importante, tutti appartenenti alla tipografia sublacense Angelucci, attiva fin dal 1852. È stato così agevole procedere ad una lettura diacronica del testo letterario del Pianto, come degli altri che compongono gli opuscoli, ricchi di sorprese.

Eccettuato il primo, di notevole valore documentale per la sua rarità, gli altri tre libricini, esemplari di una lunga serie di ristampe,  non  meno importanti, contengono in appendice il testo del Pianto con la perentoria avvertenza che, “Ogni diritto riservato come da nota della R. Prefettura di Roma del 13 Settembre 1887 n.1485.”(31) Tale “nota”, erroneamente riportata nei siti internet, in quanto non si fa cenno al fatto che l’editore, usando sempre la stessa matrice, ha replicato la medesima pagina in tutte le ristampe successive, così da confondere nel tempo l'abbinamento della data con il testo, stabilisce che solo la tipografia Angelucci di Subiaco ha la facoltà di stampare il Pianto, con il beneplacito della diocesi di Anagni. Hanno in comune preghiere, immagini e canzoni, retaggio di precedenti edizioni, ma ne compaiono anche di uniche e di “nuove”. Le canzonette, seppure qui appena elencate, offrono già di per sé  utili informazioni sulle tante devozioni popolari del centro Italia a fine Ottocento, incentrate sulla richiesta di rassicurazione e protezione.

Secondo l’ordine di impaginazione sono riportati i brani che compongono i libretti, limitatamente ai titoli, alle copertine e ai frontespizi , laddove disponibili.

LIBRETTO N 1 (1863 ca - fine anni '60 ?) 24 pag., 22 cm.

Si conserva presso la Biblioteca del Monumento Nazionale di Praglia, timbrato all'inizio e a fine pagina con la scritta a circolo ABBAZIA BENEDETTINA BIBLIOTECA con al centro un timone  a sette braccia atte a scandire il nome di Praglia, su cui si inserisce un minuscolo segno di croce.

1 – CANZONETTE IN LODE della SS. TRINITÀ
2 – I Pellegrini al Santuario della SS. Trinità-in Vallepietra diocesi di Anagni 3 – Introduzione alla Santa Missione
4 – Canzonetta sul miracolo operato da Sant’Anna
5 – Sulla morte di Maria
6 – Invocazione a Maria nostra Madre
7 – Il peccatore dolente così parla a Gesù Cristo
8 – Litanie della B. Vergine Maria
9 - Le lodi di Maria cantate dal popolo
10- Lodate Maria
11- Dinanzi alla Vergine del Buon Consiglio
12- In lode a S. Anatolia V. e M.
13- Se vuoi aver miracoli...
14- Noi vogliam Dio-canto dei pellegrini al santuario di N.S. di Lourdes
15- Per la Santa Croce
16- Al nome di Maria
17- Cantico in lode del Divin Sangue
18- Al nome di Gesù
19- Mira il tuo popolo
20- Per le tre ore di agonia
21- Via Crucis

LIBRETTO N.2 (1887 - 1898) 50 pag.,ill.,22 cm.

Si conserva presso la casa museo di Sant' Agostina Pietrantoni  a Pozzaglia Sabina

L’opuscolo in esame è mancante delle prime quattro pagine e così delle ultime quattro, comprese le copertine. Quindi non è stato possibile render nota l’ultima parte del Pianto, né mostrare la grafica della copertina. Tuttavia analizzando con raffronti incrociati gli altri libretti è possibile stabilire con buona certezza quali canti iniziali vi fossero inseriti.

1 - CANZONETTE IN LODE DELLA SS. TRINITÀ – presumibile
2 - I PELLEGRINI al Santuario della SS. Trinità – presumibile
3 - Introduzione alla Santa Missione - presumibile
4 - Il peccatore dolente, così parla a Gesù Cristo
5 - Sulla morte di Maria
6 - Invocazione a Maria nostra Madre
7 - Canzonetta in lode di Maria SS. del B. Consiglio
8 - Inno a S. Antonio di Padova
9 - Litanie della B.V. Maria
10- Le lodi di Maria cantate dal peccatore
11- A MARIA MADRE DELLA PIETÀ
12- A MARIA MADRE NOSTRA
13- Nuovissima canzonetta In lode di S. Anatolia V. e M.
14- Noi vogliam Dio!(Riproduzione vietata)
15- Per la santa Croce
16- Canzonetta in lode del Divin Sangue
17- Canzone sul miracolo operato da Sant’Anna
18- Al nome di Maria
19- Maria SS. detta del mare
20- Affetti a Maria
21- Al nome di Gesù
22- ALLA SANTISSIMA TRINITÀ
23- A MARIA MADRE DI MISERICORDIA
24- A S. EMIDIO protettore del terremoto
25- Nuova canzonetta in onore di S. Emidio perché ci liberi dal terremoto
26- DIVOZIONE DELLA SS. TRINITÀ
27- CONTRO LA GUERRA E IL TERREMOTO
28- IN TEMPO DI PUBBLICA CALAMITÀ A Dio
29- IN OCCASIONE DI EPIDEMIA NEGLI ANIMALI
30- Cantico I sulla Risurrezione
31- Cantico II sulla Risurrezione
32- IL PIANTO

LIBRETTO N. 3 (1900 ca - ?) 42 pag.,ill.,20 cm. 22

Si conserva nella Biblioteca "G.C.Croce" del Comune di  San Giovanni in Persiceto.

1 – CANZONETTA IN LODE alla SS. TRINITÀ
2 – Introduzione alla Santa Missione
3 – I pellegrini al santuario della SS. Trinità
4 – Il peccatore dolente così parla a Gesù Cristo
5 – Sulla Morte di Maria
6 – Invocazione a Maria nostra Madre
7 - Canzonetta in lode a Maria SS. del B. Consiglio
8 – Inno a S. Antonio di Padova
9 – Litanie della B. V. Maria
10- Le lodi di Maria cantate dal peccatore
11- A MARIA MADRE DELLA PIETÀ
12- A MARIA MADRE NOSTRA
13- Nuovissima canzonetta In lode di S. Anatolia V. e M.
14- Noi vogliam Dio
15- Per la santa Croce
16- Cantico del Divin Sangue
17- Canzone sul miracolo operato da Sant’Anna
18- Al nome di Maria
19- Maria SS. Detta del mare
20- Affetti a Maria
21- Al nome SS. Di Gesù
22- ALLA SANTISSIMA TRINITÀ
23- A Maria Madre di Misericordia
24- IL PIANTO

LIBRETTO N. 4 (1935)  pag. 42, ill. cm.20.

1 – Canzonetta in lode della SS.ma TRINITÀ
2 – Introduzione alla Santa Missione
3 - I pellegrini al santuario della SS. Trinità
4 - Il peccatore dolente così parla a Gesù Cristo
5 – Sulla morte di Maria
6 - Invocazione a Maria nostra Madre
7 – Dinanzi alla Vergine del Buon Consiglio
8 – In lode di S. Anatolia V. e M.
9 – Inno a S. Antonio di Padova
10- Litanie della B. V. Maria
11- Le lodi di Maria cantate dal peccatore
12- A Maria Madre della Pietà
13- A Maria madre nostra
14- Noi vogliam Dio
15- Per la Santa Croce
16- Cantico in lode del Divin Sangue
17- Canzone sul miracolo operato da Sant’Anna
18- Al nome di Maria
19- Maria SS. detta del mare
20- Affetti a Maria
21- Alla SS.ma Trinità
22- Al nome di Gesù
23- Mira il tuo popolo
24- IL PIANTO

Il primo libretto - gli esordi del Pianto

Frontespizio del libretto conservato nella biblioteca di Praglia

Prima di passare all’ analisi di questo documento, centrale nello  sviluppo dei fatti è bene sapere che ci è pervenuto privo di qualsiasi dato bibliografico qui ricavato attraverso comparazioni e deduzioni. Con lo stesso procedimento sono stati esaminati gli altri libelli, per reperire le più ampie informazioni, utili a dare risposte certe o molto probanti ai tanti quesiti sorti.
Il libretto, come ci è giunto, trova notevoli affinità con le altre pubblicazioni della medesima serie e in specie nell’ordine di impaginazione delle stesse canzonette e preghiere, che sarà mantenuto nelle successive ristampe. Inoltre l'impiego dei caratteri tipografici, alcuni davvero singolari,  reca l'impronta inconfondibile della tipografia sublacense.

La prima nota di rilievo che  emerge prepotentemente in questo  libello, è che esso non contiene il Pianto. Nell ’appendice infatti si trovano due altre composizioni, di cui la penultima ha per titolo Per le tre ore di agonia e l’ultima la Via Crucis. Tutte e due commemorano in forma poetica la passione di Gesù e sono in strofe rispettivamente di 4 e 8 versi. La Via Crucis si compone di XIV stazioni, ed ha  inizio con le struggenti parole “L’orme sanguigne del mio Signore..”. Autore del componimento, risalente a quasi la metà del 1700, è San Leonardo da Porto Maurizio. L’altra opera invece appartiene ad Alonso Messia e si sofferma a meditare sulle tre ore precedenti la morte di Cristo, quando proferisce le sue ultime sette parole,(1 Padre perdonali perché non sanno quello che fanno, 2 Oggi sarai con me in paradiso, 3 Donna ecco tuo figlio / Figlio ecco tua madre, 4 Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato, 5 Ho sete, 6 Tutto è compiuto, 7 Padre nelle tue mani consegno il mio spirito).

Una vicenda affascinante

A Lima, capitale del Perù, nacque nel 1599 Alonso Messia de la Cerda y Poblete. Ha fatto parte dell’ordine dei gesuiti e a lui si deve il componimento poetico sulle ultime tre ore di agonia di Gesù Cristo, che subito ebbe grandissima risonanza. Nel 1767 i gesuiti, cacciati da quello che fu territorio delle Indie Orientali, sono venuti in Europa e pure nella valle dell’Aniene, diffondendo la devozione alle tre ore di agonia. Chissà come, ma il Graziosi, venuto a conoscenza della suddetta opera, ha pensato di inserirla nella festa della Trinità, insieme alla Via Crucis, e ha dato disposizione all’ Angelucci di aggiungerle ad un libretto di preghiere. Una copia è pervenuta nelle mani di un benedettino di Subiaco, che con cura l’ha tenuta sempre con sé, anche quando si è dovuto recare nell’ abbazia benedettina di Praglia, ove è morto. Per fortuna questo scolorito libretto gli è sopravvissuto ed è finito nella biblioteca dell’abbazia. Qui è rimasto dormiente fino ad oggi, per riprendere una seconda vita lungo i flutti dell’Aniene.

È dunque questo il testo ipotizzato, assieme alla Via crucis, che ha preceduto il Pianto, seppure per breve tempo? Tutto lascerebbe pensare di si, per la convergenza degli elementi raccolti, atti a definire il quadro storico ed etnografico preso in esame. Così parla il Caraffa del Graziosi:” fu un sacerdote intelligente e colto come appare dalla corrispondenza e soprattutto attivissimo come appare dalle vicende del suo abaziato. Passava lunghi periodi fuori Vallepietra, per cui non gli mancava la possibilità d’informarsi sulle manifestazioni religiose di altri santuari. Dall’insieme appare anche uno zelante sacerdote, preoccupato del bene del santuario”. Una cosa è certa, il libretto pragliese precede la pubblicazione del Pianto avvenuta nel 1887 e non per caso nelle ultime quattro pagine sono inserite le due opere letterarie menzionate, con   i poetici versi sulla passione di Cristo, culminanti con il Calvario e la richiesta di redenzione dell’umanità dolente attraverso la rinuncia al peccato. Una ben precisa scelta tematica, che si ritrova in modo sorprendente anche  nel Pianto. Dunque libretti o fogli volanti destinati ai pellegrini, perché li utilizzassero nelle preghiere al santuario. Come spiegare diversamente tale inserimento religioso? Ma qualcosa dovette far rifletere e desistere il Graziosi a perseguie questa  scelta innovativa di difficile trasposizione nella  dinamica degli arrivi e delle partenze dei pellegrini.  Fatto sta che d'ora in poi rivolge la sua attenzione a quell'antico manoscritto copiato nel  1836 dal sacerdote Luigi Tozzi, suo caro  amico. Forse proprio lui potrebbe avergli suggerito la validità di questa scelta, per un impatto spettacolare, emozionale, adatto a catturare l’attenzione degli astanti sulla passione, morte e resurrezione di Cristo, affinché restasse impresso nella memoria del pellegrinaggio. Viene così fissata  nella domenica mattina la rappresentazione, che con la sua innovazione espressiva riesce a coinvolgere l’attenzione di tutti, modulata su di una narrazione affidata, non per caso, al canto delle ragazze nubili di Vallepietra, molto ben volute per l’antico ruolo di ambasciatrici verso la sede della Potenza. Contrariamente a tutta una lunga tradizione, che vuole che siano gli uomini ad intonare le preghiere e i canti commemorativi della passione, adesso le zitelle sono  le protagoniste del rito (32). Stante ciò questo libretto dovrebbe essere stato  stampato intorno al 1863 o un po' dopo, in base a quanto si legge nel canto N°5 Noi vogliam Dio, in cui si fa riferimento al santuario di Lourdes. Considerando il 1858 anno delle apparizioni e il 1862 anno del loro riconoscimento ufficiale, il libretto non può essere stato pubblicato prima di queste date, perché altrimenti vorrebbe dire che le manifestazioni popolari hanno anticipato gli eventi soprannaturali. Ma per quanto tempo il componimento di Alonso è stato recitato o cantato nel santuario insieme alla Via Crucis? Molto probabilmente solo per poco o pochissimo tempo  e si verrebbe a spiegare così anche il fatto che non ha lasciato alcuna traccia di sé nella memoria popolare. Decisivi sono stati gli anni fine  Sessanta,  quando dovette entrare di scena il Pianto delle Zitelle.

Canzonetta in lode della SS. Trinità acquistata da Cesare Pascarella nel 1882 al santuario della Trinità

Nella ricognizione del quadro generale e nel computo degli anni non dobbiamo dimenticare che nel 1882 Cesare Pascarella salì su questo monte per assistere al Pianto e attraverso la sua sagace descrizione apprendiamo che a quella data lo svolgimento scenico della passione,   già abbastanza noto, appare ben collaudato sia dal punto di vista teatrale che musicale. In giro, come lui ci racconta e ci documenta, sembrano circolare solo fogli volanti, su cui è riportata una “apocrifa” "Canzonetta in lode alla Santissima Trinità" a cura della stamperia A. Salani di Firenze,1882. L’originale si conserva presso la Biblioteca dei Lincei a Roma nel fondo Cesare Pascarella.


Il secondo libretto - contro guerra, terremoti e calamità

Copia giunta a noi priva di 8 pagine. L’esemplare si può datare con certezza tra il 1887 e il 1898 in quanto posseduto in quel periodo da Domenico Pietrantoni (1814 - 4-3-1898),  fervente devoto della SS. Trinità e nonno di Sant’Agostina Pietrantoni. La sua uscita editoriale avvenne dopo quasi due decenni che la sacra rappresentazione si svolgeva con grande concorso di fedeli nel piazzale del santuario. È la più antica edizione stampata del Pianto, quella effettivamente del 1887 e si caratterizza per i vistosi errori presenti nel testo. Per la popolazione rurale, quale era quella dell’Italia di allora, le preghiere erano sovente rivolte a chiedere la protezione dei campi, del bestiame, la salvaguardia dai terremoti e dalla guerra, mentre “le canzonette” osannanti la Madonna e la Trinità erano dirette principalmente a ottenere particolari grazie riguardanti la salute del corpo e dello spirito. Degna di nota è la preghiera “Contro la guerra e il terremoto”, che scompare nelle successive edizioni, molto probabilmente divenuta sconveniente di fronte a riprese belliche nazionali.

Il terzo libretto - la Trinità al femminile

Frontespizio del libretto di San Giovanni in Persiceto

Fa parte della 63esima ristampa ed è senza data. Con il beneficio di inventario si può assegnare al secondo decennio del Novecento. Si distingue dal precedente anzitutto per le nuove canzonette con l’ W MARIA DOPPIA, (cioè il ritornello “Evviva Maria...”è presente in due diverse canzoni mariane), messe in evidenza nella parte alta della copertina, mentre al centro risalta il Pianto delle Zitelle e sotto compare l’ effigie trinitaria. Sono passati degli anni e il Pianto ha acquisito grande notorietà, tanto che la tipografia Angelucci di Subiaco deve correre ai ripari, come si legge nel retro di copertina.

Retro del libretto di San Giovanni in Persiceto

Le canzonette rivolte a Maria nel frontespizio del libretto offrono lo spunto per ripensare ad una certa abitudine di taluni pellegrini di rivolgersi alla Trinità come fosse la Madonna(33). Tale espressione, oggi poco frequente rispetto a prima, è stata rilevata anche da Angelo Brelich, che al riguardo ha annotato le seguenti parole scritte dal vescovo di Anagni ad una prefazione nel 1945. “Spesso da qualche pellegrino abbiamo udito esclamare :” vado a visitare la Madonna” e si voleva dire della Divina Trinità del nostro Santuario. Nossignori, la SS. Trinità non è la Madonna..”(34).

Allo stesso modo Giuseppe Ricciotti riferisce che “Altri credono di ravvisare nella Santissima Trinità, la beatissima Vergine o le tre Madonne” (35). Quali significati e circostanze potrebbero celarsi dietro ogni esempio? Senza avventurarmi in ipotetici richiami ad una Grande Madre protostorica, secondo alcune linee di pensiero, più prosaicamente desidero riportare in forma quasi aneddotica alcune esperienze e riflessioni sull’ argomento per sottolineare ancor più la complessità dei fatti e la necessità di cercare pluralità di spiegazioni. Una domanda sorge spontanea.  Le pagine di questi libretti con il forte richiamo alla figura della Madonna poterono contribuire a generare una certa confusione teologica tra gli illetterati pellegrini, che  nello stesso Pianto trovavano  riferimenti  alle  tre Marie, confondibili con le tre Persone, per di più  indicate frequentemente con il termine popolare di Santissima ?

Le tre Marie, così riportate nel Pianto

Esplicativo è il caso delle compagnie di Gerano e di Bellegra e per altri motivi della compagnia di Tufo, le ultime che ho sentito cantare al santuario la canzone della partenza, rivolgendosi alla Madonna mentre camminano a ritroso dietro il grande stendardo. Con l’accorato “addio Madonna noi famo partenza dateci la licenza e la santa benedizion”, ripetuto tre volte, prendono la strada del ritorno. Ad uno dei capi, sempre presente al pellegrinaggio a piedi, ho chiesto perché si rivolgevano alla Madonna invece che alla Trinità. Sulle prime è rimasto sorpreso e un po’ interdetto, si è poi rivolto ai compagni vicini ponendo la stessa domanda, senza però ottenere alcuna risposta. Li salutai e li vidi allontanarsi lungo la mulattiera che scende a Vallepietra e confabulare tra loro, scommettendo che stavano ancora rimuginando sulla mia impertinenza. Fatto sta che l’anno successivo li sentii cantare nello stesso luogo e modo “Addio Santissima...” Era l’anno 2007. Altro caso riguarda la compagnia abruzzese di Tufo, frazione di Carsoli, che fu ripresa da un sacerdote mentre sulla medesima strada del ritorno stava invocando la Madonna con le tradizionali parole di commiato. Ne nacque un rapido battibecco concluso dal capo compagnia con un secco “abbiamo fatto sempre così!”. Il sacerdote andò via a capo chino, senza sapere che non c’era vero errore nel loro canto, perché prima di partire per il pellegrinaggio i fedeli si riuniscono nella chiesa di Santa Maria delle Grazie per elevare a Lei il canto di partenza e chiedere la protezione durante il viaggio. Allo stesso modo ripetono la medesima canzone per il ritorno, in automatico. Dall’ anno successivo anche loro si sono “corretti”, era l’anno 1995. Infine per dirla con Di Nola “la Trinità è concepita come una divinità femminile poiché i peregrini riferendosi all’ immagine, la chiamano “la Madonna”, ma questo è un termine corrente in tutti i dialetti popolari, per disegnare un’ immaginetta(36).” Cosa che anche io a volte ho potuto appurare di persona. Una casistica che potrebbe allungarsi ancora.

Il quarto libretto - la ricerca e il Pianto

Frontespizio del libretto del 1935

Retro del libretto del 1935

Nella copertina finalmente compaiono precise notizie, tra cui la data 1935, l’appartenenza alla 92.ma ristampa e il prezzo fissato a L. 0,40.

Altri decenni sono trascorsi e la festa con il suo culto antico è sempre più oggetto di indagine storica ed antropologica. L’approssimazione linguistica lascia il posto al rigore filologico, che restituisce, dopo 48 anni dalla prima edizione, il corretto testo del Pianto, cui faranno riferimento tutte le successive pubblicazioni. Il Colacicchi inizia a studiare i canti popolari e con particolare interesse le arie del Pianto, che per primo trascrive. Scrittori e fotografi e ben presto registi si interessano alla grandiosa manifestazione religiosa e all’ enigmatico Pianto. La documentazione etnografica con i mezzi audiovisivi acquisisce sempre più carattere scientifico e costituirà un modello di ricerca per gli anni avvenire. Al libretto del 1935 si rifà il Mezzana che ringrazia la tipografia Angelucci di Subiaco, detentrice dei diritti, per avergli concesso di pubblicare il “Pianto”. Inserisce però  nuove rime che insieme a tutte le altre "Sono state ridotte a miglior lezione confrontandole con un manoscritto in possesso di D. Salvatore Mercuri iunior” (37). Senza specificarne il merito. Lo stesso libretto invece a chiare note attribuisce al vescovo di Anagni la revisione e correzione del testo, che viene parzialmente utilizzato anche dal Colacicchi  nella sua pubblicazione in Lares. Quest'ultimo poco distintamente cita alcuni libretti e parla di una non ben precisata esistenza di un'altra revisione con relativa riedizione ad opera dell'abate Salvatore Mercuri senior (1841-1925), di cui però, afferma: “non ne esiste la ristampa”(38). Anche N. Cocchia riferisce, seppure in modo scarno, le stesse notizie, ma tutti erroneamente riportano come data dell'atto prefettizio  il 18 settembre invece del 13, come è stato. Ciò credo si debba imputare all’ usura della vecchia matrice che ha fatto scambiare il numero 3 con l’8 ed anche  generare una certa confusione tra il non più rispondente accostamento  tra data e testo. Se nel corso dei decenni l’intera stesura del Pianto ha subito variazioni più o meno estese, è soprattutto nella parte iniziale, propriamente liturgica e nel prologo. che si sono concentrati gli interventi correttivi, sia togliendo intere quartine o aggiungendole, (come ad esempio quella del Tu septiformis munere o quella intonatoria), sia sostituendo versi, parole, ritornelli. Diversi i motivi, da quelli opportuni per eliminare errori ortografici e grammaticali a quelli semplicemente di convenienza, come ben si comprende dai versi “Fa ch’io sia vera tua Amante/O mio Dio, sposo amato..”, forieri di possibili fraintendimenti. Sarebbe interessante attraverso raffronti e analisi individuare differenze e modificazioni fra le tante edizioni del Pianto, ma ciò esula dai nostri intenti, sebbene nei frontespizi qui pubblicati se ne possono rilevare le divergenze. Tra queste meritano di essere citate per la loro unicità due quartine presenti in una pubblicazione di Ricci Genesio, che nel capitolo dedicato al Pianto riporta testualmente : “Se siete fedeli / Al vostro Creatore/ E a Dio salvatore/ Che vi comprò,/ Con questi misteri / Vuole che pensiate / E vi ricordiate / Quant’ Egli vi amò /.Così il prologo ..“(39). Tali quartine, stante la loro autenticità, non figurano nelle ristampe dell’ Angelucci, né in altre da me conosciute. Permane il mistero, a meno che non appartengano a quella edizione rivisitata dall’ abate Salvatore Mercuri, morto nel 1925, di cui si è persa traccia.

Interventi costruttivi ed educativi da parte degli abati Alessandro Graziosi(1856-1880) e Salvatore Mercuri(1880-1925).

Gli abati Graziosi e Mercuri, operanti in un arco temporale abbastanza lungo, oltre a portare a compimento vari lavori architettonici, come la facciata con loggia, gli scavi per la costruzione della cappella dedicata a Sant’ Anna, sono stati promotori nella seconda metà dell’Ottocento di azioni volte da un lato ad incrementare l’afflusso dei pellegrini nel periodo primaverile ed estivo, istituendo il culto di Sant’ Anna (40) e dall’ altro a dare maggiore impulso alla crescita religiosa e morale dei pellegrini, giudicati piuttosto irriguardosi verso il luogo sacro. Così il Mercuri in una lettera del 26 maggio 1886, indirizzata al vescovo di Anagni, si propone di ”togliere lo sconcio di vedere l'altare del santuario ridotto ad una specie di teloneo con conta del denaro; la profanazione delle cose sacre che avveniva celebrandosi la messa all'altare esterno, con pericolo dei fedeli per la caduta delle pietre, togliere l'incomodo ai sacerdoti di celebrare sotto il sole.” (41). Per comprendere poi cosa accadeva in prossimità e dentro la sacra grotta, specialmente nel giorno di maggiore affluenza, si riporta una icastica testimonianza del fotografo Morpurgo che nel 1936 così annotava :”Entrano al santuario per pregare e invocare la grazia, e si spingono, si urtano per arrivare prima ai piedi dell’altare, portando bimbi, paralitici, infermi, ciechi, e mentre tutta questa processione di dolenti esce da una parte, per un sentiero del monte, ecco una processione di donne vestite di bianco con il volto velato, la testa incoronata di fiori” (42). Se si fosse trattato di un corteo di verginelle il flusso dei pellegrini si sarebbe ulteriormente rallentato, perché era loro “compito e interesse” sostare il più a lungo possibile per farsi ascoltare dalla Trinità, anche ricorrendo a lamenti e urlate invocazioni.

Vallepietra 1991 SS. Trinità - Pianto delle Zitelle

Con il Graziosi e poi con il Mercuri tutto questo si avviò ad essere cambiato nella mattina del giorno domenicale di festa.
Dall’ alto del balcone le querule voci femminili cominciarono a diffondersi sull’ intero piazzale gremito di gente in silenzioso ascolto. La presenza di tanti pellegrini fu così disciplinata, in modo tale che le celebrazioni eucaristiche, officiate all’ esterno della cappella non fossero disturbate da frastuoni e grida provenire dalle viscere della montagna, in un momento di grande via vai.

Vallepietra 1991 SS. Trinità - Pianto delle Zitelle.

Ora le zitelle sono condotte ad assolvere un altro compito, più consono alle celebrazioni della Santissima Trinità, con la Madonna in nero che esprime tutti i dolori di una madre per il figlio torturato, morto e abbandonato. Significative le parole piene di sconforto e di dolore della Madonna, che si strazia alla vista del corpo martoriato di Gesù:

Gl’infermi risanati ove son giti?
Ciechi, sordi ,e storpiati senza fine,
Zoppi, muti e lebbrosi ahi! Son spariti!

Chi però torna a Lui pentito e convertito sarà risanato nel corpo e nell’ anima.Questo il messaggio conclusivo rivolto a tutti. Va qui bene ricordare per affinità concettuale quanto De Martino ha scritto in Morte e pianto rituale. "Vi fu, parlando della Chiesa, anche una sua azione pedagogica più interiore e religiosamente impegnata mercè la efficacia storica della figura della Mater Dolorosa nella scena della Passione. In perfetta coerenza con la solenne affermazione della vittoria di Cristo sulla morte e con la polemica sulla lamentazione pagana “e più oltre [...] la rappresentazione drammatica del suo cordoglio oggettivava in un cordoglio esemplare, illuminato di pazienza e di speranza, gli infiniti cordogli terreni di un mondo vulnerato dalla morte, esposto al rischio della crisi e ancora incline a ricadere nei modi della lamentazione pagana”(43). A conclusione di questo lungo excursus mi è cosa gradita riferire un fatto narrato in un libricino di canzoncine religiose che si cantano al santuario della SS. Trinità in Vallepietra. Interessante non tanto per l’ ingenuo sfondo sentimentale che lo avvolge, quanto per una rara testimonianza relativa all’ usanza della grazia per procura in Ciociaria, ancora praticata negli anni Settanta del Novecento. Così viene riportata testualmente :” Ecco, Padre (sacerdote di Vallepietra)io sono di Boville (Ernica). Siamo venute, io e altre undici zitelle, a sciogliere un voto per conto di una buona signora del mio paese. Durante questo viaggio, fin quando non torneremo a casa, non possiamo parlare con alcuno...niente....nemmeno una parola, se no il voto non vale”. Detto ciò ottiene con un sorriso la sospirata dispensa di rivolgersi al fidanzato, limitatamente ”ad una parolina sola” (44).

Il Pianto oltre Vallepietra

Non molti sanno che vi sono state anche imitazioni del Pianto al di fuori di Vallepietra, elaborate per essere adattate in tempi e modi diversi rispetto alle caratteristiche originali. In un contesto profondamente differente sono stati apportati cambiamenti sia nello svolgimento scenico che nella riutilizzazione delle arie musicali, almeno fin dove è stato possibile ricostruire i fatti.
Interessante è al riguardo la documentazione raccolta in area marsicana e peligna, come attesta il caso di Cocullo e di Cansano, i cui parroci di allora, rimasti colpiti dalla forza comunicativa del canto, lo vollero inserire nei riti della settimana santa.

Cocullo 2013, ultimo anno del Pianto delle zitelle. Foto Paolo Gizzi

Cocullo 2013 , processione di Venerdì Santo. Foto Paolo Gizzi

Per Cocullo(AQ) abbiamo  maggiori informazioni, forniteci da Paolo Gizzi, abitante in questo paese(45). Grazie a lui sappiamo che qui il sacerdote Loreto Marchione ha introdotto fra gli anni 1905-1910 il Pianto, che si è cantato sempre nel giorno di Venerdì Santo, ininterrottamente fino alla metà degli anni Novanta del secolo scorso. In questi ultimi anni è stato a volte ripreso, anche se in forma piuttosto ridotta, grazie all’ azione meritoria della signora Laura Corvetti, per cessare del tutto nel 2014. In queste ultime residuali rappresentazioni il numero delle coriste, per mancanza di personale, è sceso a 7 tra ragazze e bambine. Disposte attorno al sepolcro di Cristo e vestite di nero cantavano in modo molto approssimativo, rispetto alla versione originale, alcuni misteri del famoso Pianto e nello specifico: il calice, i chiodi, le spine, il crocifisso, la Maddalena, la Madonna, la Marta. Una curiosità, a Cocullo non si parla di zitelle, ma solo di Pianto.

Cansano AQ 2007, Processione di Venerdì Santo

A Cansano (AQ) fino a pochi decenni fa nel pomeriggio di Giovedì Santo ragazze del paese si raccoglievano nella chiesa di San Salvatore attorno al sepolcro per cantare la passione del Signore e Il pianto delle zitelle, detto anche Pianto della Madonna.

Cansano AQ 2007 Processione di Venerdì Santo con le Zitelle vestite di nero

Generalmente in numero di sette le giovinette, con un’età compresa tra i 15 e i 20 anni, intonavano le strofe del Pianto e qualcuna interpretava anche più misteri. Dalla viva voce della signora Guadagnolo Bambina, intervistata il 6-4-2007, ho appreso che il Pianto cantato a Cansano era lo stesso di quello eseguito annualmente a Vallepietra. Due identici testi, un po’ differenti nel ritmo musicale. Alla domanda se fosse stata al santuario trinitario ha risposto: “una trentina di volte”, assistendo anche alla lauda sacra. Anche a Cansano le ragazze zitelle vestono di nero, ma a differenza di Cocullo, sono loro a portare in processione il simulacro della Madonna Addolorata nella sera del Venerdì Santo, purché non sposate e neppure fidanzate.

Le Verginelle o Scapillate di Montevergine

Foto tratta da Tropeano S. Maria di Montevergine. In alto il gruppo di verginelle in abito bianco

Al santuario mariano di Montevergine giungevano in pellegrinaggio da vastissime zone della Campania innumerevoli pellegrini con gruppi di Verginelle al seguito e qui, più che altrove, è sorta una straordinaria letteratura orale che ne attesta la vitalità e l’originalità creativa. A Mercogliano (Av), situato alle pendici del santuario, la partecipazione delle Scapillate prevedeva due momenti diversi d’intervento: il primo, con la richiesta della grazia, il secondo, con il ringraziamento. In altri luoghi, però, si verificava un solo viaggio penitenziale e il ringraziamento aveva altre modalità, più private. Le giovani indossavano un uguale vestito bianco, lungo e con il velo in testa e si facevano crescere i capelli molto lunghi appositamente per il rito (da qui il nome di Scapillate) e cinti sulla fronte da un nastro celeste o, come a Zungoli (Av), da una corona di fiori campestri. La partenza avveniva dalla camera da letto della persona ammalata o guarita, cambiando la preghiera in caso di richiesta di grazia o di ringraziamento. Il percorso era fatto a piedi scalzi, d’inverno anche sulla neve, e il numero variava da sei in su (altre testimonianze lo hanno fissato a 7 o a 9) secondo le abitudini del paese o le possibilità economiche del richiedente. Le Scapillate, dall’ età di 20-25 e a volte 30 anni, si componevano in due gruppi o cori: il primo, in cui la Verginella di centro portava la croce, se si trattava di impetrazione cantava: “Maronna ‘e Montevergine / E nui venimmo per grazie”; il secondo gruppo rispondeva, sempre cantando: “fancella, Maronna mia / e fancella pe pietà”. Se invece si trattava di ringraziamento, il primo gruppo cantava: “Maronna ‘e Montevergine, / ca mpietto porti grazie”, e il secondo rispondeva: “sta grazia che nce hai fatto / Ti venimmo a dingrazià”. Ripetuto il tutto per tre volte, si avviavano per Montevergine, per riprendere la loro preghiera in prossimità del santuario e fino dentro la chiesa. Prima dell’ingresso, salivano in ginocchio l’antistante “scala santa” e allo stesso modo procedevano fin davanti all’ immagine della Madonna, dove cantavano le stesse strofe ancora per tre volte e la persona interessata chiedeva la grazia. Poi veniva offerto loro il pranzo e “incassavano la pattuita mercede”. La diversità di paga dipendeva anche dalla distanza della località di partenza dal santuario, come recita una strofa di un canto di Vitulano (Bn): “E nui simo le berginelle / E venimo da longa via, / pe vedè sta faccia bella: / fance grazie, o Maria” (46).

Scrive don Placido Tropeano: “Dapprincipio le Scapillate erano le giovinette appartenenti alle stesse famiglie che si portavano in pellegrinaggio a Montevergine; ma, col passare del tempo, quasi in tutti i paesi le ragazze più intraprendenti dai tredici ai diciotto anni si organizzarono in gruppi di preghiera, quasi compagnie di ventura con apposita divisa e tariffa, assoldate dall’una o dall’altra persona per portare alla Madonna di Montevergine la propria preghiera di impetrazione e di ringraziamento”. E aggiunge: “Qualche volta le persone interessate seguivano il corteo delle scapillate. Se era una donna, all’ ingresso della chiesa bisognava assistere impotenti ad una scena quanto mai antigienica e ripugnante: si inginocchiava insieme alle verginelle, poi si piegava bocconi a terra e strisciava la lingua sul pavimento fino a raggiungere i piedi dell’altare” (47). Secondo alcune donne di Mercogliano, le stesse Scapillate si univano a compiere questo “ripugnante” comportamento e la tradizione è rimasta in uso fino a 50 anni fa (48). Il santuario verginiano non era il solo luogo dove si attuava questa pratica devozionale, nella stessa Mercogliano le Scapillate venivano portate anche nella chiesa di Sant’ Antonio da Padova. Altri centri cultuali di attrazione erano: Santa Filomena a Mugnano del Cardinale (Av), la Madonna dell’Annunciazione a Prata Principato Ultra (Av), i Santi Cosma e Damiano ad Arpaise (Bn), San Pellegrino ad Altavilla Irpina (Av), dove il rito ancora resiste in modo sorprendente.

Gallo (Ce)

Informatrici : Rosa Rocchio e Maria Assalone, quest’ultima Verginella da bambina.

Gallo CE 1993, le informatrici

Gallo CE, 1993, il paese

Gallo CE 1982, Sant' Antonio proteggi gli emigrati

Fino ai tempi della II guerra mondiale 12 Verginelle, accompagnate da una donna che le guidava nelle orazioni, compivano un giro in due chiese del piccolo paese in preghiera e cantando (49). Partivano dalla chiesa madre dell’ Annunziata, dove si “diceva la litania per la vita”, e poi, sempre con canti e orazioni, si recavano nella chiesa di san Simeone, dove vi era un simulacro della Madonna delle Grazie; infine tornavano nella chiesa dell’Annunziata e con un triplice inchino baciavano tre volte il pavimento, dicendo: “Madonna quanto sei bella / Io per vostro amore / Mi inchino e bacio in terra”. Per l’occasione, si cantava la seguente canzone alla Madonna, trascritta così come mi è stata riferita da Rosa Rocchio: “O Regina di ogni grazia / che da voi vogliamo grazia / tu che sei madre di grazia / o Regina di ogni grazia. / Grazia grazia Madre mia / per pietà mamma Maria / tu risguarda i figli tuoi / Mamma mia fa quanto puoi. / Io mai da qua mi parto / se la grazia non mi hai fatto / io mai mi partarìa / facci grazia Maria. / Me ne parti che ben contenta / ca la grazia è certa a me / me ne parto risoluta / ca la grazia l’hai avuta. / Di partire me ne dispiace / da te Madonna sia lodata / via da te Madonna / per quanto sei bella. / Tutti gli angeli t’adorano al cielo / e noi peccatori in terra / tutti gli angeli t’adorano al cielo / e noi peccatori in terra / e Maria per vostro amore / mi inchino e bacio in terra / e Maria per vostro amore / mi inchino e bacio in terra. / Regina mia del cielo / di divina maestà / la grazia che io cerco / tu Maria me la concedi / e fammela per carità. / Per l’amore che tu ricevesti / dalla Santissima Trinità / cala gli angeli dal cielo / e ti veni a visitar / una corona divina / recitami la litania / una corona divina / recitami la litania”. Ogni ritornello era ripetuto due volte, prima dalla donna e poi da tutte le Verginelle.

Gallo 23-7-1981 - alle porte del paese

La donna, dopo aver chiesto la grazia, immergeva un fiocco di lana nella lampada accesa “dell’olio di Gesù” e lo portava a casa dell’ammalato per fargli il segno di croce sulla sua fronte. Il gesto veniva ripetuto da tutte e 12 le Verginelle. Il rito era concluso e dopo aver ricevuto la paga, che a quei tempi era di 5 lire, rientravano a casa. Per vedere se la richiesta di grazia stava avendo buon esito, si osservava la luce della lampada (delle candele, a Prata Principato Ultra): se questa brillava più del solito o restava accesa, era buon segno; se si spegneva, il malato era destinato a morire. Si diceva: “Se non lo fa per il corpo, lo fa per l’anima”, comunque non veniva mai perduta quella preghiera, serviva o per la vita o per la morte. Prima era frequente ricorrere alle verginelle, “ora è cambiato, chi crede, chi non crede, chi sta malato corre all’ ospedale”.

Crosia (Cs)

Informatrice: Francesca Seminario (50).

Un familiare della persona bisognosa raduna, secondo i suoi desideri, dalle 5 alle 12 Verginelle, generalmente di età compresa tra i 10 e 15 anni, per andare a sciogliere un voto nella chiesa prescelta. Le giovinette devono stare tutto il giorno digiune, bevendo solo un po’ di limonata, tè o caffé. Durante il tragitto e in chiesa, dove restano per l’intera giornata, cantano, recitano rosari e litanie; davanti alle immagini sacre accendono le candele, ascoltano la messa e fanno la santa comunione. Alla fine, la persona interessata chiede la grazia. Nel tardo pomeriggio, quando si ritorna dalla chiesa, le Verginelle si recano con le candele accese a casa del malato, ma prima di entrare le devono spegnere e queste si conservano per essere riutilizzate in chiesa in un secondo momento. Come ricompensa della loro intermediazione, ricevono una buona cena.

Non vi è un solo luogo di culto dove andare a chiedere la grazia, così come non sempre le Verginelle si portano nella chiesa della Madonna della Pietà o in quella di san Michele o in altra chiesa di Crosia. Spesso si va anche al di fuori dello stesso paese, come nella chiesa di san Cataldo a Cariati (Cs) o in quella della Madonna Assunta in cielo a Rossano (Cs): dipende dal tipo di promessa fatta. A volte il viaggio di andata avveniva a piedi, come fece la signora Filomena Madeo (nata nel 1894), che nel 1940 portò le Verginelle a Cariati. La signora Filomena, appreso che suo figlio a Torino, dove viveva, era stato colpito dal tifo, fece voto di andare a piedi nudi per un anno intero se suo figlio si fosse salvato. Ricevuta la grazia, restò scalza dal primo maggio 1941 al primo maggio 1942. Infine, non è infrequente che da altri paesi vicini (Cropalati, Longobucco, Calopezzati) arrivino gruppi a Crosia con le ragazze dietro. Il fenomeno nel 1994 era ancora esistente nell’ area della Sila greca e zone limitrofe.

Roccavivara (CB)

N 51- L’intervista a Marietta Di Lisio di anni 80 è del 30 luglio 2009.

In questo accogliente borgo collinare del Molise è ancora vivo il rito delle verginelle, tanto da essere inserito stabilmente tra le manifestazioni estive, come raffigurazione di quello che qui con le stesse modalità si svolge realmente diverse volte l’anno, più frequentemente a maggio e settembre, mesi dedicati alla Madonna. La sua rappresentazione, estranea ad ogni richiamo turistico, costituisce un momento importante sotto l’aspetto educativo e culturale, per trasmettere alle giovanissime generazioni determinati valori insiti nelle tradizioni locali. Con vera partecipazione tutti i protagonisti della cerimonia si calano perfettamente nel ruolo che gli appartiene e non sembra di assistere ad una messa in scena, ma ad una autentica supplica di preghiera alla Vergine. Sotto un sole cocente 7 bambine accompagnate da una anziana scendono a piedi dal paese fino al santuario della Madonna di Canneto, dove ha termine il pellegrinaggio per la richiesta di una grazia. Così oggi, ma torniamo indietro con la memoria, seguendo il racconto di Marietta Di Lisio prima nella parte di giovanissima “verginella” e poi di “vecchia”. “Allora, riferendosi a metà Novecento, si era tutti poveri e c’era la fame (51). Per questo le bambine desideravano fare le verginelle, per mangiare qualcosa. Una famiglia addolorata per un congiunto malato o anche per alleggerire le colpe commesse in vita dai cari defunti, che stanno scontando le pene nel Purgatorio, mandava dietro pagamento 7 verginelle, tra i 5 e 12 anni, al santuario della Madonna di Canneto, accompagnate da una vecchia, per impetrare “il perdono divino di Gesù”, indispensabile per ricevere qualsiasi grazia. Le bambine andavano a piedi, quasi sempre di mercoledì o di sabato, dopo aver ascoltato la messa in paese e guidate da una anziana ,”che rappresenta la Madonna”, recitavano lungo il tragitto tre corone del rosario. Giunte al santuario di Canneto baciavano come prima cosa uno stipite del portale d’ingresso e poi percorrevano in ginocchio l’ intera navata centrale. Davanti all’ immagine della Madonna pregavano secondo le intenzioni della committente e così ancora davanti al Santissimo Sacramento e a Gesù Crocifisso. Poi il gruppo orante eseguiva la “passata”, ovvero un giro che si compiva dentro e fuori la chiesa, attraverso la porta d’ingresso e una uscita laterale. Durante questo ritualizzato cammino si recitavano " 7 Pater nostri, 7 ave Maria,7 Gloria Patri al sangue sparso di Gesù, secondo le volontà della devota, e un pater, ave e gloria secondo le intenzioni del sommo pontefice”. In questo articolato palinsesto devozionale frequenti erano le genuflessioni, le recitazioni del Credo, specie quando si passava davanti all ’altare, i baci nel pavimento. Tutte le preghiere, nel rispetto delle volontà della devota, erano finalizzate ad impetrare l’aiuto divino per un ammalato o ad esprimere una particolare riconoscenza per una grazia ricevuta oppure al suffragio delle anime sante. Mentre le verginelle tornavano a piedi in paese e di regola vicino la chiesa di Sant’ Antonio iniziavano a cantare le litanie, per concluderle nella parrocchiale di San Michele Arcangelo, la devota metteva a cuocere, secondo le sue possibilità, 20, 25 o anche 30 sfoglie di sagne in grandi caldaie di rame per offrirle alle bambine, che ricevevano pure una pagnotta di pane a testa. Entrate a casa della devota, a cui si baciavano le mani, andavano prima di tutto presso la persona malata per un saluto, ma specialmente per consegnare l’atteso fazzoletto strofinato sull’ immagine della Vergine. L’ultima azione era così conclusa. A tavola si rifocillavano con le tradizionali  “sagne della Madonna”, in dialetto " Sagn' d' la Madonn' " condite con mentuccia e aceto, oppure soltanto con il succo di pomodoro, in segno di penitenza. Singolare l’episodio che Marietta ha narrato a proposito dell’impiego della mentuccia nel povero pasto. Si racconta che la Madonna quando è morto Gesù per il dolore restò senza mangiare e non aveva niente, però tanta era la voglia ed era lacerata dentro che prese una foglia di mentuccia, se la mise in bocca e subito le si riassestò lo stomaco.

Con il passare del tempo il tradizionale compenso a base di pasta sfoglia è stato sempre più sostituito con il denaro, secondo concordate tariffe. Marietta ricorda che un altro pellegrinaggio si svolgeva con le verginelle dirette da Roccavivara al santuario della Madonna del Carmine di Palmoli, nel vicinissimo Abruzzo. Dato il più lungo e faticoso tragitto da compiere le ragazze nubili dovevano avere più anni e buona resistenza nel cammino. Ad accompagnarle oltre alla donna di esperienza, vi era un asinello vivandiere con due ceste sulla groppa, opportunamente fornite di vettovaglie. Un quadretto degno del migliore pittore romantico!!

Villa San Michele, frazione di Vastogiradi (IS)

Informatore : Antonio Lombardi e Domenica Lombardi

Le seguenti notizie me le ha gentilmente fornite  il Sig. Antonio Lombardi in data 11 marzo 2020 , il quale, rifacendosi alla testimonianza orale di sua nonna Domenica Lombardi, tuttora vivente, verginella da bambina e committente da adulta , riferisce che il rito delle Verginelle era in uso fino agli anni Sessanta del Novecento nella frazione  Villa San Michele, già Pagliarone, facente parte del comune di Vastogirardi  (IS). Un  gruppo di nove ragazze, vestite di bianco e con una coroncina in testa si recava a piedi al santuario di S. Amico sito presso il  paese di San Pietro Avellana (IS). Ad accompagnarle per l'intero tragitto compiuto per una richiesta di grazia c'era una donna esperta, che durante il cammino intonava preghiere e canti religiosi. Al termine del pellegrinaggio da parte del richiedente veniva offerto loro un pasto e un compenso " poco più che simbolico". L'aspetto economico all'epoca  aveva perduto la sua  considerazione e le verginelle si prestavano soprattutto "per fede, per onore ed anche per stare in compagnia".

Tornareccio (Ch)

Informatrici: Delia Carozza, Giovanna Costantini (anni 83), Adele Furia (anni 70), queste ultime due Verginelle da bambine. L’età è riferita agli anni delle interviste (52).

Tornareccio CH 1993, gruppo di informatrici.

Sette Verginelle, molto piccole di età, dai 5 ai 10 anni, con una donna si recavano in tre chiese del paese, recitando in ognuna il rosario. Partivano dalla chiesa maggiore di santa Vittoria, poi andavano a quella di san Rocco e infine alla chiesa della Madonna del Carmine (53). Qui, tutte insieme chiedevano la grazia alla Madonna e al termine suonavano una campanella posta vicino ad un altare. Facevano visita all’ ammalato, ricevendo un’offerta libera che poteva essere in denaro o in alimenti. “Sì, sì, una lira, due lire, tre lire, allora si parlava di questi soldi, ma anche un piatto di farina, una bottiglia d’olio, di vino, un po’ di fagioli, patate”.

Tornareccio CH 1993, Madonna del Carmine

Famme le Verginelle pe’ chiede’ la grazia alla Madonna”, domandava la famiglia, e “più piccole erano, più erano gradite”. “Di chi so’ ‘ste Verginelle?”, si sentiva chiedere al loro passaggio, e ogni loro comparsa tradiva una dolorosa pena, un’angoscia nascosta in una famiglia del paese. “L’ospedali non c’erano, prima lu medico non c’era, pe’ questo era tutta roba di preghiere, si rimetteva tutto ai santi. Dopo che è venuta l’abbondanza non s’è fatto punto chiù, mo quando sta male qualcuno si porta all’ ospedale”. In questo santuario si sono succedute tante storie tristissime e miracolose. Una in particolare mi piace riportare, raccontatami dalla viva voce di Giovanna Costantini. “Pure mia mamma – dice - ha ricevuto una grazia. Avevo una sorella di 13 anni, aveva nu cavacciu alla gola (un rigonfiamento maligno), dice: "Filomena, domani andiamo a operà. Gli disse:” Dotto’, non li tengo i soldi. Si mise in cerca la sera, senza risolvere nulla, e noi ci siamo messe a letto. A mezzanotte mamma è uscita di casa, dove era andata non lo sapevamo. Si mise a piangere in faccia alla porta della chiesa e ha detto: Madonna o famme la grazia o famme murì la figlia. La mattina è uscito il sole, disse mamma: Rita, adesso viene il dottore […]. Mamma non lo tengo più. Non ce lo aveva più. È venuto il dottore, la mattina: Dottò, non vengo perché mia figlia è guarita. - È possibile? - Allora fai la visita. Non le ha trovato niente. Dice: Come hai fatto pe’ ave’ ‘sta grazia? Disse: "Nessuno mi ha voluto imprestare i soldi, so’ andata alla Madonna a cercare la morte della figlia o la guarigione”.

Venere (Aq)

Informatrice: Sandra Cerasani, Verginella da bambina, di anni 78 (54).

Venere 1994, AQ chiesa della Madonna del Buon Consiglio

Venere 1994, AQ Madonna del Buon Consiglio

Il rito delle Verginelle anche qui cessò subito dopo l’ultima guerra. Sette ragazze di 8-12 anni con una donna “emancipata”, cioè istruita nelle preghiere, salivano al santuario della Madonna del Buon Consiglio posto su di una vicina collina e durante l’andata recitavano tre rosari, le litanie e cantavano inni alla Madonna(55). La grazia era chiesta dalla donna e le bambine si univano a lei con la preghiera.

Prima di scendere si strofinava un fazzoletto alla statua della Madonna con il Bambino, “come per pulirla”, e lo si portava all’ammalato, che lo metteva dentro al letto. La famiglia di costui le ricompensava con cinque o dieci soldi o con mezza lira, secondo la disponibilità della famiglia e “a quei tempi mezza lira valeva mezza lira. Le sette ragazze dovevano essere pagate”. Si diceva che “dalle ragazze si poteva ottenere più le grazie e i parroci non c’entravano a queste cose”. La chiesa, prima, era molto differente, perché il terremoto del 1915 l’ha distrutta totalmente; si è salvata solo la statua della Madonna che stava in una nicchia (56). “Noi a quella Madonna ci tenevamo una devozione, in tempo di guerra siamo andate a chiedere le grazie perché i mariti nostri stavano fuori, come è successo a me, è successo a tante altre, era una fissazione, però noi abbiamo chiesto la grazia, la Madonna ci ha detto di sì” (57).

Cittareale (Ri)

Informatrice: donna anziana, testimone.

Le notizie, in questo caso, sono scarse, ma lo stesso utili per designare meglio l’area geografica di diffusione (58). Un familiare accompagnava il gruppo delle Verginelle, composto da 5 a 10 ragazze  e durante il tragitto per giungere alla chiesa della Madonna di Capodacqua (59) recitavano il rosario e altre preghiere. L’ingresso e l’uscita avvenivano per l’intera navata in ginocchio. Si accendevano le candele davanti alla Madonna e insieme chiedevano la grazia, alla fine prelevavano un po’ di olio dalla lampada del SS. Sacramento e lo portavano all’ ammalato. Una ricompensa come sempre congedava le bambine. Il rito, a detta dell’informatrice, si sarebbe protratto fino a tutti gli anni Settanta del secolo passato.

Settefrati (Fr)

Informatrici: Rocca Z., Gina S., Maria Filomena A. (60).

Settefrati FR 2006, santuario della Madonna di Canneto

Settefrati FR 2006, processione con la Madonna bianca di Canneto

“Era ancora buio quando uscivano, le sentivo che cantavano un canto appassionato… se andavano alla Madonna di Canneto allora nominavano la Madonna di Canneto, quando andavano a san Donato, nominavano san Donato, quando andavano a Gallinaro nominavano san Gerardo”. Così, con tanta nostalgia, le ricorda la signora Maria Filomena, insieme alle altre due anziane. “Mamma diceva:- Senti, senti stanno arrivando le Verginelle! Vedi, quelli so’ ricevuta la grazia dalla Madonna, oppure so’ ite a chiede’ la grazia, o sta malato il marito o sta malato un bambino. Era un voto che facevano alla Madonna” (60). Tre Verginelle con la testa velata di bianco precedevano il gruppo di persone che si recavano in pellegrinaggio in questi centri cultuali, recitando il rosario e le litanie. La ragazza di centro portava un crocifisso coperto da un velo, che avvolgeva anche le mani ed era fermato ai polsi con un nastro. Alla Madonna di Canneto si andava a piedi e spesso scalzi, le donne che avevano le Verginelle portavano in testa i “cofanelli”, cesti fatti con i vimini, per trasportare cibo e bevande da offrire alle giovani una volta terminato il compito, in località Capodacqua, presso il santuario (61). Prima di entrare, eseguivano tre giri rituali attorno alla chiesa e in ginocchio arrivavano davanti alla Madonna. Non infrequente era la pratica di strisciare la lingua per terra e abbandonarsi a intense richieste di grazia, strillate da chi era nel bisogno. L’uscita avveniva in piedi, camminando all’ indietro e intonando il canto: “Evviva Maria / nell’ermo Canneto / un popolo lieto / evviva gridò”.

Alla sorgente del fiume Melfa, “dove è apparsa la Madonna”, con un fazzoletto si raccoglievano “le stelline” (pagliuzze dorate di minerali metallici) e si portavano all’ ammalato perché ritenute di buona fortuna, anche se “subito dopo svanivano”. Le ragazze al solito erano pagate, e alla Madonna si regalavano tanti doni: “chi ci portava l’oro, tante cose”. Alla Madonna di Canneto la tradizione è rimasta sicuramente fin verso gli anni 1955-’56 (62) e tutte le persone intervistate sono state concordi nell’ affermare che quasi esclusivamente dalla campagna di Settefrati provenivano i gruppi con le Verginelle, molto più numerosi il 18 agosto per accompagnare la salita della “Madonna Bianca” dal paese al santuario, giorno d’inizio della festa. Discordante, invece, è stata l’età indicata delle giovani: due ricordano che avevano 12-15 anni e altri due testimoni 24-30 e più anni (63). E le Verginelle di allora dove sono? – chiedo. Non ci stanno più qua - dice Gina. - Sono andate in America e qualcuna è ancora viva: Antonietta sta a Boston e Colomba a Stamford. Anche mia cugina Emiliana vive a Stamford, qui ce ne sono tanti di Settefratesi”.

Note

1 - G. Bonifazio, La tradizione delle Zitelle o Verginelle o Scapillate. Ipotesi sulla introduzione del Pianto delle Zitelle nella festa della Trinità a Vallepietra, in Aequa, n.27, pp.18-38, ottobre 2006.
2 - La tradizione vuole che non siano sposate, appunto Zitelle, e così era nel passato. In epoca più recente questa prescrizione a volte è venuta meno per motivi contingenti o per carenza di personale femminile disponibile. Nella prima metà del Novecento e oltre l’ora d’inizio del Pianto cadeva alle 7 di mattina, così nella festa del 26 maggio 1929. In un momento successivo la rappresentazione è stata anticipata alle prime luci dell’alba (nel 1976 avvenne alle ore 5) e poi, con l’introduzione dell’ora legale, si è stabilizzata alle ore 6. Al termine della sacra lauda le Compagnie ripartono immediatamente alla volta dei paesi di provenienza.
3 – Tra gli etnomusicologi che si sono interessati in modo particolare al Pianto, citiamo in ordine temporale: L. Colacicchi, il “Pianto delle Zitelle”, estratto dalla rivista “Lares”,1936; N. COCCHIA, Il Pianto delle Zitelle, ovvero i Misteri della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo. Un canto religioso della comunità di Vallepietra, in F. F. BERNARDINI (a cura di), Nessuno vada nella terra senza luna. Etnografia del pellegrinaggio al santuario della Santissima Trinità di Vallepietra, Provincia di Roma - Assessorato alla Cultura e alle Politiche Giovanili 2000, pp. 43-54; Emilio Di Fazio-Emiliano Migliorini “La montagna risuona di canto .....“. Il paesaggio sonoro del pellegrinaggio alla Santissima Trinità del monte Autore, pp.65-75, in Fede e tradizione alla Santissima Trinità di Vallepietra.1881 2006, (a cura di) Elisabetta Simeoni. Fulvia Caruso, ”Evviva la Santissima Trinità”, Carsa Edizioni, Pescara,2008.
C. Necci, Il Pianto delle zitelle, in "Terra Nostra" Roma, 1992.
4 – Maria Teresa Giovannoni, Filettino, con Menicuccia alla Trinità, pp. 31-33, Aequa n.32, gennaio 2008.
–L’intervista è del 4.4.1994.
-Una donna ricorda :”il mercoledì prima dell’Ascensione alla Madonna del Riposo si facevano le Rogazioni. C’era la processione e dicevano le preghiere per avere il raccolto, frutti buoni, l’acqua. In tempo di guerra tutte le sere vi si andava a recitare il rosario”. La chiesetta fu eretta alle porte del paese nel 1493 per una duplice grazia ricevuta dalla Vergine, una delle quali fu la liberazione dalla peste del 1476.
-Due donne che “portavano” le Verginelle si chiamavano Pascuccia e zia Amalia.
8 - Le interviste sono del 16.4.1979, del luglio 1991 e del 26.10.1991.
9 - Il famoso incendio avvenne il 9.1.1859 e costrinse l’intera popolazione ad una fuga precipitosa. Ma un secondo devastante incendio, avvenuto nel settembre 1865, distrusse definitivamente ciò che era rimasto o si stava ricostruendo e quel luogo fu abbandonato per sempre. Oggi, restano vistosi ruderi, che prendono il nome di Camerata Vecchia. La chiesa di Santa Maria delle Grazie ha incisa sull’ architrave della porta d’ingresso la data del 1626 e figura nella relazione della visita pastorale del 1672, dell’abate Cosimo Capponi, come “sita fuori del castrum”. Vedi anche M. MERLINO, E. DI MARO, La storia, l’incendio di Camerata e la sua ricostruzione, in Aequa n. 26, anno VIII, luglio 2006, pp. 13-24.
10 - Ogni anno, nel giorno di Pasquetta i paesani salgono a Camerata Vecchia per festeggiare la Madonna delle Grazie e pranzare all’aria aperta
11 - A. DE NINO, Usi Abruzzesi, vol. II, Adelmo Polla Avezzano, 1879
12 - Si riportano le parole dette dalla signora Capone Mariannina,
intervistata a Prata Principato Ultra il 9.4.1994.
13 - Artemio Tacchia, per il Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni popolari di Roma, ha redatto in data 19.11.1997 una dettagliata scheda sulla chiesa-santuario di Santa Maria delle Grazie di Camerata Vecchia, nell’ambito del progetto “Santuari del Lazio”. Alla voce, “Altre cerimonie”, scrive: “Uno dei parenti interessa una donna del paese che raduna 7 ragazze non sposate. Queste, pure con la neve (il santuario si erge a 1220 mt.), si recano al santuario, recitano il rosario, dicono preghiere poi gridano con urla la richiesta della grazia per il malato grave (di solito tumore). A volte a gridare è la più piccola. Poi pregano ancora e all’uscita cantano un inno alla Madonna. Non sono presenti i parenti. Le ragazze, poi, vengono ricompensate con denaro dalla famiglia del malato. L’ultima volta di questo rito, nell’ottobre 1997”.
14- Le interviste sono del 9.7.1994, del 3.8.1994 e del 22.8.2006. Importante la testimonianza della signora Rosa Recchia, nata nell’aprile 1950, sia perché è stata una delle ultime Zitelle a svolgere questo compito di mediatrice, sia perché la sua fresca memoria ha potuto fornire ulteriori particolari e conferme. Ha iniziato all’età di 10–11 anni e ha svolto ininterrottamente per un decennio il ruolo di zitella-prefica, fino a quando si è sposata.
15- La leggenda di fondazione narra di due buoi che durante un’aratura precipitarono dal colle della Tagliata nel sottostante precipizio ma, miracolosamente, il contadino li trovò incolumi e in ginocchio davanti all’immagine della Trinità, apparsa in quel punto.
16- Si vedano, al riguardo, le foto scattate negli anni 1920-1923 da Luciano Morpurgo in A. M. DI NOLA, O. GROSSI, Memoria di una festa, Edizioni Quasar, Roma 1980. Di Nola si è sempre contrapposto all’analisi storico-religiosa di A. Brelich, indicando un’origine medioevale del santuario vallepietrano e del culto che qui si sviluppò. Egli afferma: “Nessuna credibilità merita il superficiale saggio di Brelich A., un culto preistorico vivente nell’Italia centrale, in SMSR, XXIV-XXV, 36-59, che si fonda su una pesante confusione fra il culto della Trinità e presunti residui di culti materni e dell’acqua”. Vedi, A. M. DI NOLA, Il bambino e la festa, Edizioni RAI 1991, p. 75.
A.M. di Nola, Il Manifesto, Estatica Madre senza macchia, 25-7-1986, dello stesso tenore è il profilo critico riguardante il culto di Sant’Anna. Così scrive “E proprio qui, in questa cerchia di montagne, alle quali sono salito per almeno dieci volte, si consuma la mistificazione di uno storico delle religioni italiano, il Brelich, il quale, romanticheggiante e occasionale visitatore del Monte Autore, credeva, in una delle solite superficiali “intuizioni”, in una continuità fra culti attuali della Trinità e mitologie tardo-antiche della Grande Madre. La indefessa ingenuità di Brelich, ma anche la sua carenza di approfondimento, lo portavano a collegare, proprio per l’emergenza del culto di Sant’ Anna, l’attuale status della religione delle Trinità a non so quali culti delle acque materne. Sarebbe bastato informarsi dei dati: il culto di Sant’Anna è introdotto a Vallepietra intorno alla metà del secolo scorso da Napoli, e non ha alcuna relazione con ninfe e con driadi”.
17- Settimia De Santis nata nel 1918 ; negli anni trenta zitella nella sacra lauda ricorda quando, per guadagnare qualche offerta in denaro assieme ad altre compagne, si esibiva la notte della festa cantando lunghe parti del Pianto, su richiesta dei pellegrini ospitati nelle case di Vallepietra.
18- La signora Rosa Recchia cita soprattutto questi centri aggiungendo, senza specificare, “altri paesi del frusinate”.
19- Sia presso il santuario della SS.ma Trinità che in quello della Madonna di Canneto avveniva il rito del comparatico tra bambini o tra adulti, utilizzando l’acqua della sorgente montana che scaturisce nei pressi dei due luoghi di culto. Due persone, che volevano diventare compari o comari, univano i mignoli della mano destra dentro l'acqua recitando il Credo, poi a vicenda facevano il segno di croce rivolto verso l’altro e infine si baciavano le mani. Il rito di comparatico, seppure con modalità un po' diverse, viene ancora praticato dai pellegrini laziali che vi attribuiscono grande importanza per i valori di profonda amicizia e di reciproca solidarietà, che si instaurano per tutta la vita.
20- Artemio Tacchia aveva già messo in evidenza che le donne “per la fiducia che suscitano, fungono spesso da ‘ambasciatrici’ verso la Trinità; a loro si affidano denaro, preghiere, richieste di grazie”. Inoltre, riferisce la tradizione di “raccogliere l’acqua sacra e riportarla in paese ai malati o ai fedeli che la bevono con devozione”. Vedi A. TACCHIA, Mura sante e mura beate: il pellegrinaggio di Marano Equo, in F. F. BERNARDINI (a cura di), p. 141, op. cit.
21- La Madonna è raffigurata con 7 spade che le trafiggono il cuore. I dolori sono: la profezia di Simeone, la fuga in Egitto, smarrimento di Gesù, incontro con Gesù che va a morire, crocifissione, agonia e morte di Gesù, la lanciata, deposizione dalla croce e sepoltura di Gesù.
22- A.M.Di Nola, Lo specchio e l’olio. Laterza 1993,p.111.
23 - Brelich A. Un culto preistorico vivente nell’ Italia centrale. Saggio storico-religioso sul pellegrinaggio alla SS.ma Trinità sul monte Autore, in Studi e materiali di storia delle religioni,XXIV-XXV:36-59 Caraffa F.(1969), Vallepietra dalle origini alla fine del secolo XIX. Con una appendice sul Santuario della Santissima Trinità sul Monte Autore, Roma: 215-277
Di Nola A.M.- Grossi Q.(1980), Vallepietra nelle fotografie di Luciano Morpurgo. Memoria di una festa, Roma
 24- Un ritratto di San Domenico di Sora o di Cocullo è presente all’ interno della grotta
25- A Vallepietra, fino agli anni 50 del secolo scorso, nella processione serale del venerdì santo sfilavano personaggi recanti in mano i simboli e gli strumenti della passione, gli stessi impiegati nel Pianto, venivano trascinate delle catene, che sferragliavano tra gli oscuri vicoli e al seguito portavano anche in braccio un gallo e una pecorella. ”Ogni tantu ci demmo ‘na botta a chigliu valle pe’ fagliu cantane”, in ricordo del rinnegamento di San Pietro, e “la pecorella ci sta perché è comme Gesù Cristu quandu che ci messero ’n coglio gli agnegliu pe’ vola’al cielo”, mi ha detto la signora Celeste nel 1979.
26- F. Caraffa, op. cit., pp. 240-248-249. In quest’ultima pagina è riportata anche la fondata ipotesi sull’ origine del culto a Sant’ Anna verso fine Ottocento, avanzata dall’arciprete di Vallepietra Salvatore Mercuri junior, secondo cui i vallepietrani che tornavano per la festa del patrono San Cristoforo, fissata al 25 luglio, salivavano il giorno seguente, festa di Sant’ Anna, al santuario per un ringraziamento alla Trinità, che si è poi esteso alla Santa.
27- F. Caraffa, op. cit.p.249
28- A. Brelich, op.cit.p.235
29 - N.COCCHIA, Il Pianto delle Zitelle, ovvero i Misteri della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo. Un canto religioso della comunità di Vallepietra, in F. F. BERNARDINI (a cura di), Nessuno vada nella terra senza luna.. cit.p.44
 30- Così la critica si espresse a proposito di una pubblicazione edita a Subiaco nel 1881 dalla tipografia Fratelli Angelucci ”..se possiamo dir tanto bene del contenuto del libro, ciò non può estendersi affatto all’edizione tipografica, la quale oltre ad essere niente affatto elegante, è pure abbastanza scorretta”.
31- La dicitura è quella con cui l’Angelucci rende noto che detiene il possesso esclusivo dei diritti di stampa e vendita dell’opera. Il privilegio, che manterrà per mezzo secolo, compare nella prima edizione, datata 13 settembre 1887..
32- L’esempio delle Zitelle vallepietrane rappresenta l’eccezione non la regola e non poche resistenze hanno fatto i fidanzati di allora quando furono chiamate le prime zitelle ad esibirsi nel Pianto. Nella stessa Vallepietra quando per carnevale si svolgeva non molti decenni or sono la rappresentazione della “Giudiata” e della “Samaritana” ad impersonare tutte le figure della pantomima dovevano essere solo uomini.
Purtroppo nessuno si è mai occupato di documentare e ricostruire le modalità con cui si manifestava a Vallepietra questa importante forma di teatro popolare. Anche se ciò esula dal contesto del discorso, si vuole qui ricordare succintamente cosa erano le giudiate. Nel 1600 a Roma nel periodo di carnevale su carri trainati da buoi si svolgevano rappresentazioni comiche aventi come unico bersaglio gli ebrei, che venivano scherniti e dileggiati pesantemente, per finire sempre giustiziati tanto nella messinscena, quanto nella realtà, se condannati a morte. Queste estreme forme di violenza con il tempo furono bandite, ma non così le mortificazioni, le satire, le angherie contro di loro. A Vallepietra quindi ad imitazione delle giudiate romane, liberamente riadattate, venivano perpetrate scenette, burle, più o meno velate sugli ebrei.
33In ambito etnografico l’esclusione delle donne ancora oggi è la norma in alcune realtà vicine, come nella grotta di Sant’ Arcangelo a Balsorano (AQ) e del santuario della Madonna della Candelecchia a Trasacco (AQ), quando nel mese di maggio soli uomini possono partecipare al ritiro spirituale, che vede al centro di tre giorni di orazioni la meditazione profonda sulla passione di Cristo. Strana coincidenza è poi quella che appare a Scurcola Marsicana (AQ), costante frequentatrice con gli altri paesi summenzionati del santuario di Vallepietra, dove non solo ritroviamo strofe dei due brani spirituali presenti nel libretto, ma a cantarli è la confraternita della Santissima Trinità durante la processione di Venerdì Santo. Le 4 congreghe, tutte rigorosamente maschili, si tramandano oralmente i canti incentrati sulla passione di Gesù. Solo un caso? Forse.
34- A. Brelich, op.,cit.,p.,222.
35- Giuseppe Ricciotti, in “Valle Pietra e il santuario della SS. Trinità”, Alatri 1896,pag.3
 36- A.M.di Nola-O.Grossi, op.cit.p.36
 37 - Corrado Mezzana, Il santuario della SS. Trinità sul monte Autore, curia vescovile di Anagni ,1943,p.92
38 – L. Colacicchi,op.,cit.,p.,4
39 - Ricci Genesio, impressioni di viaggio - al Santuario della SS. Trinità in Vallepietra 30 maggio - 1 giugno 1931,p.54. Oltre alle belle descrizioni fa un dettagliato resoconto del pellegrinaggio che la compagnia di Marcellina(Rm) compì al santuario di Vallepietra in detti giorni.
Così ci informa a proposito della sacra grotta: ”La ringhiera della loggia - modesto dono che il compilatore di queste note offrì nel 1916 alla SS. Trinità con grato animo devoto - è in ferro battuto, opera del fabbro De Martinis Enrico da Marcellina, che la pose anche in sito.. Il dipinto creduto opera di eccellente pittore del sec.XIII fu in origine riparato e protetto da una piccola cappella in muratura. Atterrata questa da una frana, l’affresco restò esposto di nuovo alle intemperie, fino a che nel maggio 1883 (abate il Mercuri)non fu racchiusa nell’ attuale edicola in ferro e zinco, a cura dell’ing. Edoardo Martinori, vice presidente della Sezione romana del Club Alpino Italiano, che ne fornì il disegno e ne diresse personalmente il lavoro”.
40 - Durante questa ricorrenza religiosa si è cantato per un certo tempo ma senza sortire effetti duraturi il “Pianto delle tre Zitelle”, evidentemente modulato sulla canzone di Sant’Anna, secondo quanto è riportato nel volumetto di M. ESCOBAR, Manifestazioni religiose a Roma e nel Lazio, EPT di Roma, Arti Grafiche Terenzi s.r.l. 1975, p. 45.
 41- F.Caraffa, op.cit.p.251
42- L. Morpurgo, in Atti del Primo Congresso Nazionale delle Tradizioni Popolari,1936,Roma,p.285. Probabilmente il fotografo ebbe modo di riprendere le zitelle-verginelle, come sembra di vedere nella foto a pagina 94 dell’op.cit., in cui compaiono donne e ragazze vestite di bianco in numero almeno doppio rispetto alle venti unità necessarie a cantare il Pianto.
43- E.De Martino, Morte e pianto rituale, Boringhieri 1975, pp.336-339
44- Canzoncine religiose che si cantano al santuario della SS. Trinità in Vallepietra – Roma, Italo Tardiola, pp.37-38. La tradizione delle Zitelle più che nel paese di Boville è rimasta, seppure affievolita con il passare del tempo, nelle campagne e frazioni vicine e particolarmente in quella di san Lucio. Nel 1999, una ragazza, che ebbe un incidente stradale, volle portare alla Trinità 12 Zitelle per lo scampato pericolo. Quando si andava a piedi per coprire la distanza di andata e ritorno occorrevano 6-7 giorni di viaggio
45- A Paolo Gizzi  si devono  le uniche immagini foto e video  sul rito del Pianto a Cocullo.
46- R. M. BARATTA, Montevergine, tradizioni e canti popolari religiosi, Montevergine 1973, pp. 71-73-159.
47- P. TROPEANO, Montevergine nella storia e nell’arte, Napoli Arturo Berisio Editore 1973, pp. 225-226.
48- Alcune testimonianze di donne anziane sono state raccolte a Mercogliano il 30 agosto 2006
49- Le interviste alle due donne anziane sono del 13.6.1993 e del 3.6.1994
50- L’intervista è del 19.7.1994. La signora Francesca, figlia di Madeo Filomena, dopo essere stata operata a Rossano, ha fatto voto di portare le Verginelle alla chiesa della Madonna Assunta di questa città, per ringraziarla della completa guarigione.
51- L’intervista a Marietta Di Lisio di anni 80 è del 30 luglio 2009.
52- L’ultima donna a condurre le Verginelle fu Olimpia Monaco, nata il 24.4.1864 e morta il 21.1.1954, come mi hanno riferito il figlio Silvio Carozza e la nipote Delia. Qui la tradizione si mantenne fino agli anni successivi alla II guerra mondiale. Le interviste sono del 29.7.1992 e del 7.8.1993.
53- Il santuario della Madonna del Carmine di Tornareccio è stato un importante luogo di pellegrinaggio per le popolazioni di vaste zone dei Frentani. “Questa è stata una Madonna miracolosa” si sente ripetere. In passato schiere di diseredati venivano a piedi, anche scalzi, dormivano in chiesa e per la grazia ricevuta lasciavano i vestiti che portavano indosso e donavano soldi e oggetti d’oro. Chi chiedeva una grazia si portava “Con la lingua stracinuni in terra alla Madonna” e uno batteva con il bastone sul pavimento per indicare la linea da seguire per giungere sotto la statua della Vergine. Il racconto di fondazione narra che la Madonna apparve sopra un albero a due bambine che pascolavano i maiali (nel dipinto dentro la chiesa sono invece raffigurate due pecorelle) e ha chiesto che lì fosse costruita una chiesetta.
54- Le interviste si riferiscono al 29-7-1992 e all’8-5-1994. Una dona che accompagnava le Verginelle era sua zia Giselda Zavori
55- La Madonna, che qui si venera con il titolo del Buon Consiglio, è quella che nel 1467, a seguito dell’invasione mussulmana dell’Albania, rivelò di voler trasferire una sua immagine con il Bambino da Scutari in Italia. Il quadro miracolosamente giunse in volo a Genazzano (Roma), dove tuttora è conservato. Il santuario abruzzese da sempre è particolarmente frequentato dagli abitanti di Piscina e di San Benedetto dei Marsi, ma vi giungono anche da zone più lontane.
56- Fino agli anni della seconda guerra, era tradizione svestire dentro una provvisoria “chiesa di legno”, chiamata nell’intervista “baracca”, i bambini che ricevevano una guarigione e lasciare gli abiti come ex-voto, a volte anche con doni in oro. Il santuario nuovo è stato costruito alla fine degli anni ’40.
57- Per questi due paesi dell’Abruzzo, vedi G. FINAMORE, Tradizioni popolari abruzzesi, 1894, ristampato da Edikronos, Palermo 1981, p. 83. L’Autore riporta, senza specificare, soltanto la seguente frase in merito alla grazia: “Si bada se la fiaccola della lampada fatta accendere per questo sia tranquilla o agitata, traendo buon augurio nel primo caso, e cattivo nel secondo”.
58- L’intervista è del 2.8.1998.
59- La Madonna di Capodacqua viene celebrata il giorno stesso della festa della SS. Trinità. La mattina presto, da tutto il circondario si muovono verso la chiesa gruppi di persone precedute da numerose ragazze vestite di bianco, che via via vanno a ingrossare una lunga e candida processione, sventolante stendardi e simboli della Vergine.
60- Le interviste sono del 26.8.2006.
61- Vicino il paese di Settefrati a 1020 mt. sorge il santuario dedicato alla Madonna nera di Canneto. Nei pressi sgorgano le sorgenti del fiume Melfa e vi era un tempio dedicato alla dea Mefiti. La costruzione del santuario è legata anche in questo caso al racconto di un’apparizione della Vergine ad una pastorella per chiedere che lì venisse costruita una chiesa. Il periodo centrale della festa va dal 18 al 22 agosto, giorno in cui la statua della Madonna bianca scende dal santuario per far ritorno a Settefrati. Nel periodo festivo decine di migliaia di fedeli arrivano da vaste zone del Lazio, della Campania, del Molise, dell’Abruzzo.
62- L’operaio Socci Lorenzo ha lavorato a Canneto con la teleferica per portare carbone e traverse per le ferrovie dal 1947-1948 fino al 1963 e ricorda molto bene che le Verginelle venivano con le Compagnie ancora alla metà degli anni Cinquanta.
63- La signora Gina, a differenza delle altre, ricorda oltre al numero 3 anche il 6 e 9.

Ringraziamenti

Un doveroso ringraziamento per la fattiva collaborazione concessa va :

- Per il libretto N 1 alla Biblioteca del Monumento Nazionale di Praglia.
- Per il libretto N 2 alla Casa museo di Sant'Agostina Pietrantoni a Pozzaglia Sabina e al Sig. Tonino Pietrantoni per aver rintracciato la data di nascita e morte di Domenico Pietrantoni, suo antico parente e nonno di Sant' Agostina

- Per il libretto N 3 alla Biblioteca "G.C.Croce" del Comune San Giovanni in Persiceto.
-  Per la canzonetta in lode della SS. Trinità alla Biblioteca dei Lincei a Roma - fondo Cesare Pascarella

- Per l'aiuto informatico all'amico Mirko Cellanetti

A Paolo Gizzi, infaticabile fotocineoperatore  di tradizioni popolari abruzzesi, si devono  le uniche immagini foto e video  sul rito del Pianto a Cocullo.  Lo ringrazio particolarmente per avermele messe a disposizione.