Feste e riti terapeutici in tre eremi del Gran Sasso

 

Santa Colomba, San Nicola, San Franco d' Abruzzo

Colomba, una santa del popolo

Santa Colomba eremita di Pretara (TE) verosimilmente nacque nel 1100 e morì nel 1116. Più fonti la additano come sorella di San Berardo e contessa della nobile casata dei Conti di Pagliara, che per secoli dall’ alto del loro castello dominarono l’odierna valle Siciliana o del Mavone, in provincia di Teramo. Altro non sappiamo.

Nemmeno quando e da chi fu proclamata santa. (1) Gli stessi riferimenti biografici, che pure la collocano in questo ristretto arco temporale, sono stati oggetto di riesame, tanto che si è ipotizzato per la sua morte anche il 1114 o il 1115, in considerazione della sua mancata partecipazione a presenziare l’investitura del fratello Berardo, chiamato a coprire la sede episcopale di Teramo, proprio nel 1116 (2). Fatto sta che morì giovanissima. La sua vita resta avvolta nel più fitto mistero, così come quella di quasi tutta la sua presunta famiglia. Non si conoscono chi furono i genitori né abbiamo notizie storiche certe riguardo alle sue strette parentele familiari. Le diverse fonti, tra orali e scritte, la indicano come sorella di uno o più fratelli, in totale quattro, senza precisare tra l’altro se e come costoro fossero tra loro consanguinei, lasciando aperta qualsiasi ipotesi. Anche la stessa tradizione orale non ci viene in aiuto, perché risulta frammentaria, inverosimile e discordante nei racconti. Tuttavia nelle narrazioni riguardanti Colomba ricorre più frequentemente la figura di San Berardo vescovo di Teramo e poi santo, ma troviamo anche Egidio e Nicola, essi stessi eremiti nel Gran Sasso e santi, di cui si sa ben poco, e un tal Rainaldo o Rinaldo, citato come fratello di Berardo nel “Cartulario della Chiesa Aprutina”(3). Anche dopo la sua prematura dipartita Colomba restò nel segreto dei suoi spazi reconditi, confinata nelle superbe cime del versante settentrionale del massiccio abruzzese, libera di volare tra i suoi boschi e torrenti alpestri, come aveva fatto durante la sua breve esistenza.

Con il suo titolo non ci è giunto un solo edificio sacro, chiesa, cappella, sia nel territorio in cui visse che altrove, ad eccezione dell’eremo che prende il suo nome, sui monti per l’appunto (4). Anche quando a Caprafico, frazione di Teramo, si volle intitolare una chiesa a Santa Colomba “si scelse” quella di Sens, e nemmeno l’ebbe nel suo stesso castello, allorché fu eretta al suo interno una chiesetta che ha  preso il nome di Sante Marie di Paliaria , entrambe già esistenti nel 1324, come risulta dal registro delle decime della diocesi. Quest’ultima tutt’oggi è meta di pellegrinaggio nella prima domenica dopo Pasqua.

Teramo, il duomo
Teramo, il duomo

Di lei non esiste una iconografia, tanto meno immagini di giovinetta con specifici attributi che la possano identificare e le sue molto tardive rappresentazioni si riducono sostanzialmente a due, puramente inventate nei connotati fisici e personali, lontane tanto dalla figura di contessa che di giovanissima eremita. Per i primi cinque secoli non troviamo effige che ce la mostri, almeno stando a quanto ci è pervenuto e cosa ancor più sorprendente non compare in alcuna rappresentazione nel duomo di Teramo intitolato a suo fratello San Berardo, neppure nell’antica cattedrale di Santa Maria Aprutiensis, oggi Sant’Anna dei Pompetti. L’ immagine più nota di lei è senz ’altro quella impressa nell’ artistica pala di altare, composta di 15 formelle maiolicate di Castelli del 1753, dove è raffigurata con il fratello Berardo, entrambi ai lati della Madonna col Bambino in braccio (5). Nella seconda, pressoché ignota, compare come una matura popolana fra i santi Pietro e Giovanni Battista, al di sopra dei quali un nugolo di angeli e nuvole fanno da cornice all’ apparizione celeste della Vergine con il Bambino in piedi sul suo grembo.

Il dipinto su tela, mal conservato nella chiesa di Santa Lucia di Isola del Gran Sasso, nella composizione, nella posa dei santi, nel rapporto di comunione fra la chiesa trionfante in terra e quella celeste si rifà ai temi e alle composizioni iconografiche controriformistiche di fine ‘500, inizi ‘600. A questo periodo, già permeato di istanze barocche, si deve datare l’opera, anche perché di certo è strettamente connessa con la ben nota traslazione delle spoglie della santa dall’ eremo in questa chiesa nel 1596. Sulla trabeazione di decorativi elementi classici si legge la scritta :

“ QUAM DURI MONTES MULTOS TENUERE PER ANNOS
HUC TRANSLATA DEMUM SANCTA COLUMBA FUIT
A-D-M-DLXLVI”

Dopo che gli aspri monti la custodirono per molti anni, finalmente Santa Colomba è stata traslata in questa sede nell’ anno del Signore 1596 (6)

In occasione di questo storico evento fu costruito l’ architettonico altare, per accogliere i suoi resti mortali e conservarli degnamente in un seicentesco busto reliquiario, che, pur essendo un prototipo abbastanza diffuso, ci restituisce un viso e una espressione di adolescente. Stranamente però, forse per la sua figura rimasta indeterminata nei secoli, reca in mano attributi propri di un’altra Santa Colomba, anche lei principessa morta sedicenne, quella di Sens, martirizzata nel 273 d.C.

Un riscontro in tal senso sembra provenire da un altro busto reliquiario del sec. XVII della santa di Sens, conservato nel Museo capitolare di Atri (7). La mancanza di sicuri riferimenti simbolici con ogni probabilità ha generato questa sovrapposizione di immagine. In una tradizione pedagogica della rappresentazione figurativa, di cui è impregnata la nostra cultura, Santa Colomba in fondo ne è rimasta fuori. Nella ricognizione iconica in verità mancherebbe un terzo tassello, importante per concludere le risultanze della ricerca fin qui condotta. Nella interessante chiesa di Santa Lucia in un rovinatissimo affresco di fine ‘400 è ritratta Santa Caterina di Alessandria, San Sebastiano e una donna di rango, indicata e citata ovunque come Santa Colomba. Ma secondo determinate osservazioni non dovrebbe essere la santa eremita del Gran Sasso, bensì, un po’ a sorpresa, un’altra Santa Caterina d’ Alessandria con una parte di ruota dentata poggiata sulla spalla destra (8). Un ciclo pittorico tutto da scoprire, databile per stile e fattori linguistici al tardo Quattrocento, attribuibile ad un Maestro di formazione umbro-abruzzese.

Costui probabilmente è anche autore di un analogo soggetto religioso effigiato in una colonna della chiesa di Santa Maria Assunta di Assergi, riconducibile a lui per affinità pittoriche, fattezze e significative componenti del vestiario (9). Non sappiamo cosa spinse Colomba ad andare in severo eremitaggio lungo gli scoscesi pendii dell’attuale monte Infornace, a quote sopra i 1200 metri di altitudine, quasi dirimpetto alla cima dove si ergeva il castello della dinastia dei Conti di Pagliara, nel quale solo periodicamente dovettero abitare, per essere stato principalmente un fortilizio di difesa, solitario e di difficile accesso . Non sappiamo ancora a che età si ritirò nel più assoluto silenzio per pregare e fare penitenza, così come poté affrontare una vita tanto difficile e irta di pericoli, lei che riverita e accudita visse nelle sicure stanze paterne. I racconti popolari non ci favoriscono nella ricerca della verità storica, pervasi come sono di episodi leggendari e contrastanti, scaturiti più che altro da quell’aura di santità che subito avvolse la giovanissima contessa, una delle poche figure femminili dell’eremitismo medioevale, condotto in ambienti naturali particolarmente selvaggi. Forse unica in così tenera età adolescenziale. Da questo contesto generale viene spontaneo pensare che Colomba sia stata essenzialmente una santa acclamata dal popolo, considerata tale in primis dalla gente locale, che ne ha tenacemente perpetuato il culto nei secoli, manifestandolo con grande trasporto. Rare e tardive invece furono le azioni delle istituzioni religiose, forse dapprima disorientate dall’esempio radicale della giovane contessa(10). Altrimenti sarebbero poco spiegabili da una parte i numerosi toponimi con il suo nome, che la elevano a regina di quei monti su cui si rinnova annualmente il secolare pellegrinaggio popolare all’eremo, e dall’altra il lungo silenzio che l’ ha avvolta, rimarcato dall’assenza di un benché minimo racconto agiografico. Una conferma in tal senso sembra provenire dai santi fratelli, Egidio e Nicola, che non avendo avuto lo stesso seguito di popolo, pur avendo vissuto nello stesso tempo e ambiente religioso, sono rimasti in disparte. La presenza di Santa Colomba segna geograficamente e simbolicamente lo spazio incorrotto del massiccio abruzzese e il suo nome rimbalza come eco dal Cimone alle Cimette, dalla Forchetta alla cascata, dalla Valle dell’Inferno fino all’intera montagna che ha preso, assieme agli altri, il suo thopos (11). In una totale fusione e identificazione con la montagna ci ha lasciato, stando ai racconti popolari, alcuni calchi nella pietra, che i fedeli indicano essere la mano, il sedile, il pettine della santa, verso cui portano rispetto e considerazione.

Impronta detta sedile di S. Colomba
Impronta detta sedile di S. Colomba

Una realtà molto presente in Abruzzo, che rimanda al diffuso fenomeno devozionale verso le impronte anatomiche lasciate dai santi sulle rocce cui vennero a contatto o più in generale dei luoghi in cui vissero, che la loro santità ha sacralizzato e investito di particolari effetti taumaturgici. Altra cosa è il cosiddetto enigmatico pettine di Santa Colomba(12). Alcuni parlano di una pietra con segni incisi che alludono ad un pettine ( ma come facesse con questo a ravvivare la folta e lunghissima capigliatura è un mistero), altri dicono che sono i valloni dei monti che scendono come denti di un pettine dal crinale nord del Gran Sasso. Anche tra gli studiosi vi è difformità di interpretazione. C’è chi vi scorge la forma di una nave (in Giovanni Pansa), chi invece la caduta dal cielo della pioggia, portatrice di fecondità   ( Domenico Perri) (13). Comunque per tutti sembra essere un simbolo molto antico, forse neolitico. Tutti ne parlano, pur senza averlo mai visto, ma è stato mai materializzato in una fotografia? Altrimenti la cosa sarebbe a dir poco stupefacente. Se la sua identità biografica resta evanescente, quasi mitica, la sua figura trova sufficiente veridicità storica per i numerosi toponimi a lei riferiti e per l’ avvenuta consacrazione dell’eremo nel 1215, cui seguì secoli dopo la nota traslazione del corpo, fatti che mal si concilierebbero con l’ ipotesi di metafora poetica avanzata dal Pansa a proposito di S. Colomba. Inoltre il suo nome compare in un prezioso documento, il più antico che si conosca al riguardo, associato al titolo di santa e ad una ben nota via di collegamento tra la fascia pedemontana con quella degli altopiani. Negli Statuti di Isola del Gran Sasso, datati 18 giugno 1419, si legge nella trasposizione italiana :«Inoltre facciamo e ordiniamo che qualsiasi persona che volesse portare le pecore al pascolo in montagna, le deve portare attraverso la strada del Vado (Vado di Corno), oppure attraverso la strada di Santa Colomba»(14).

Colomba incarna profondamente lo spirito, il carattere, il sentimento della gente d’Abruzzo, tenace, volitivo, discreto, intimamente generoso e fortemente radicato nella cultura religiosa. Di lei alla fine possiamo dire che visse la sua breve vita ascetica, in totale preghiera e solitudine ( si narra che per sfuggire a indesiderate presenze si ritirasse addirittura in luoghi ancor più inaccessibili e spaventosi, fino ad arrivare all’orrida forra di Fossaceca), e che per la sua innocenza e purezza dovette essere considerata santa ancor prima che morisse, capace di intercedere verso Dio per le richieste di conforto, di aiuto e di grazia da parte dei devoti che a lei si rivolgono.

Le celebrazioni quinquennali per Santa Colomba

Dal 16 al 22 agosto 2015 si sono svolti a Pretara di Isola del Gran Sasso (TE) solenni festeggiamenti quinquennali per il 419° anniversario della traslazione delle sacre spoglie di Santa Colomba, con il rievocativo corteo storico-religioso. Per queste celebrazioni, molto partecipate dalla popolazione locale, il borgo si è vestito a festa. In strada, nei balconi, nelle finestre sono state esposte coperte ricamate, decorazioni, insegne, scritte inneggianti Santa Colomba e suo fratello Berardo, santo patrono di Teramo.

Qui e là si sono viste ondeggiare al vento della sera bianche colombe ritagliate su carta o ricamate su drappi blu e lumini disposti a formare scritte e immagini, per essere accesi durante la processione a gloria della Santa. In piazza è stato allestito un palco per officiare la messa con l’urna di Santa Colomba e i simulacri di San Donato e San Berardo. Per la ricorrenza non poteva mancare il fragoroso gruppo musicale de Li Tamurre de  Pretara. Una formazione composta di 5 strumentisti, che suonano stabilmente due tamburi, una grancassa, piatti e un tipo di flauto traverso a sei fori, che dà il motivo all’esecuzione. Attorno ad essi si é stretto un bel numero di persone, chi per scattare foto, chi per lasciarsi coinvolgere maggiormente dal trascinante ritmo musicale, chi per prendere parte attiva all’esibizione sonora, rinverdendo antichi ricordi. La piccola banda, abitualmente presente nelle manifestazioni pubbliche, rappresenta un forte elemento di identità culturale per tutta la Valle Siciliana, tanto che non può mancare alle cerimonie civili e religiose e apre i cortei processionali con il suo rutilante repertorio, che si incentra nel brano intitolato La Diana. Alcuni studiosi fanno risalire le origini del gruppo, come oggi si manifesta, al XIV - XV sec., derivante dalle piccole bande militari presenti in avamposti borbonici al tempo della dominazione spagnola.

Sul far della sera si è celebrata la messa, più volte disturbata da una fastidiosa pioggia, ma poi il cielo si è rasserenato e ha potuto aver luogo l’esibizione del corteo storico in costume. Durante la rappresentazione sono stati rievocati i fatti salienti dell’epoca in cui vissero i santi Berardo e Colomba, con la lettura di un significativo testo, di cui si dà completa trascrizione, per i contenuti storico-religiosi misti a racconti popolari di carattere leggendario che stanno alla base del culto, non privi di incongruenze.

La storia che ci accingiamo a raccontare è quella di un casato, quello dei Pagliara che fu per circa cinque secoli padrone delle nostre contrade, che diede alla chiesa cardinali e santi, alla patria guerrieri e uomini di stato, uno dei quali Gualtieri di Pagliara ebbe addirittura mire ed aspirazioni regali e fu sul punto di attingere i fastigi del trono del Regno delle due Sicilie. Approfondite ricerche storiche fanno discendere la dinastia dei conti di Pagliara direttamente dai più illustri conti della Marsia, esattamente da Oderisio conte di Valva, il quale diede origini a tre grandi rami dinastici, uno dei quali si stanziò in quella che oggi è la provincia di Teramo, in un maniero nei pressi di Castelli. Conosciuti come i conti di Palearia o Pagliara governarono tutta la valle Siciliana fino al 1340 ed annoverano tra i membri del loro casato illustri e nobili personaggi. Il più antico personaggio della stirpe dei Pagliara che ci è dato di tracciare fu Oderisio di Palearia o Oderisio I nato nell’undicesimo secolo, egli fu un monaco del cenobio di San Giovanni in Venere ed in seguito abate di detto monastero. Governò dal 1043 al 1076, sacerdote e guerriero, egli vene nominato dal re normanno Ruggeri gran giustiziere del re. Le benemerenze di Odorisio I furono al loro giusto valore apprezzate dal pontefice Alessandro II che lo elevò agli onori della porpora cardinalizia nel 1063. Altro discendente del nobile casato, anch’egli abate di San Giovanni in Venere, fu Odorisio II, il quale salì all’alta dignità abbadiale l’anno dopo la morte del predecessore Benedetto, egli governò dal 1155 al 1204, anno della sua morte ed i suoi 49 anni di reggenza costituirono il periodo per così dire aureo per la vita del celebre monastero. La sua benefica attività fu premiata dalle superiori autorità ecclesiastiche con il cappello cardinalizio e la posterità lo contrassegnò con l’appellativo di Odorisio il grande. Egli sfila accompagnato fra gli altri da due crociati, a testimonianza dell’impegno profuso nell’organizzazione della quarta crociata promossa da Innocenzo III alla quale Odorisio contribuì con slancio, dando aiuti finanziari, notevole contingente di uomini ed aprendo le porte del monastero e della rocca ai soldati di Cristo, che vi stabilirono un centro di raggruppamento per salpare verso il Mediterraneo. La più fulgida gemma della dinastia dei Pagliara, il personaggio che ha dato più lustro ed onore alla famiglia dei conti dei Pagliara fu indubbiamente il figlio Berardo. Egli nacque verso la metà del secolo XI nel castello di Pagliara, nei pressi del quale in Castelli sorgeva il monastero benedettino di San Salvatore, di qui la vocazione benedettina del giovane Berardo. Berardo per la rigidità dei costumi, per la sua vasta dottrina e per il profondo spirito di carità fu eletto primo abate di detto monastero. Sin da bambino tendente alla misticità egli ben presto lasciò la casa, le promesse e le vanità del mondo per divenire a Montecassino frate benedettino. Da Montecassino egli si ritirò nel celebre monastero di San Giovanni in Venere, presso Fossacesia, del quale erra stato abate Odorisio I suo nobile antenato. Alla fine del 1115 morto Uberto, vescovo di Teramo Berardo fu eletto a succedergli, fece il suo ingresso nella chiesa cattedrale di Santa Maria Maggiore e si rivelò padre, pastore, riformatore zelante, oltre che principe feudale giusto e prudente. Dopo aver adempiuto al suo ufficio con singolare semplicità di animo, pietà e carità di pastore Berardo morì il 19 dicembre 1122, settimo anno del suo episcopato, lasciando un segno indelebile nella popolazione di Teramo, che lo amò e lo venerò a tal punto da nominarlo santo patrono dell’intera diocesi. La chiesa aprutina restò senza luce, rimase come un tempio a cui il fulmine ha mutilato l’altare. Santo lo acclamò il popolo teramano e tale giudizio che rispecchiava l’amore verso il grande vescovo e il nobile conte di Pagliara ebbe poi la sanzione della suprema autorità della Chiesa. Sorella di San Berardo era la giovane Colomba, contessa di Pagliara. Nata nel 1100 disdegnando il mondo guasto e corruttore abbandonò con il fratello l’avito maniero e si ritirò giovanissima in eremitaggio presso le pendici dell’attuale monte Infornace in un luogo selvaggio e all’epoca quasi inaccessibile, toccando le vette del misticismo in una perfetta dedizione al Creatore, al quale si immolò circondata da un alone di santità. Della sua vita purtroppo sappiamo ben poco, non è nota l’esatta età in cui la giovane contessa scelse di ritirarsi a vita eremitica, probabilmente intorno ai 16 anni né sappiamo quanto tempo sia vissuta in quest’eremo. La morte di Colomba si può far risalire presumibilmente al 1114 o al 1115, poiché ella non assistette all’insediamento vescovile del fratello Berardo, avvenuto nel 1116. La tradizione popolare vuole che Berardo prima di prendere possesso della carica vescovile di Teramo volle tornare un’ultima volta al castello di Pagliara per salutare i suoi cari. Ivi giunto appresa la notizia del ritiro a vita eremitica della giovane sorella egli decise di internarsi nel bosco per vedere di ritrovare la sua cara Colomba, per consigliarsi con lei che era una santa donna sul da farsi poiché era indeciso se accettare o meno l’incarico del vescovo di Teramo. Era pieno inverno, era gennaio, vi era abbondante neve ed il viaggio era disastroso per quei colli poco frequentati, ma Berardo si fece coraggio e si incamminò inerpicandosi per sentieri impervi tra i faggi, le rocce e il nudo della montagna fino ad arrivare ad un angusto rifugio, posto in una piccola radura. Bussò e subito gli fu aperto, apparve Colomba in tutto il suo mistico splendore, convinta di dover alloggiare qualche pellegrino o pastore sperduto. Quando vide il fratello tutto trafelato e gelato dal freddo gli si precipitò incontro, l’abbracciò, si inginocchiò e baciandogli le mani lo accolse in casa. L’indomani dopo aver fatto colazione insieme Berardo fece conoscere alla sorella come e quando fosse stato precanonizzato vescovo di Teramo e come prima di assumere l’ arduo ufficio avrebbe voluto conoscere il suo giudizio. Colomba si commosse alla notizia e volti gli occhi al cielo dopo aver pregato gli rispose :«Va’ che Iddio ti chiama, tu sarai la salvezza di Teramo e del suo presidio». I due conversarono a lungo tanto che sopraggiunse l’ora del vitto. Non avendo nulla da offrire al fratello, Colomba si fece sul davanzale della porta e qui si verificò un incredibile prodigio, la pianta di ciliegio, che era lì presso, era carica di frutti rossi e carnosi, quasi sembrava il mese di giugno e si era in pieno inverno. Agile e snella Colomba salì sulla pianta ne colse i frutti e li offrì a Berardo, il quale alla visione di tale miracolo si convinse ancor di più che la sorella era serva di Dio e come da Dio fosse ispirata e che bisognava quindi ottemperare al consiglio dato, di accettare il vescovado di Teramo e decise di partire il giorno seguente per far ritorno a Teramo. Quella stessa notte Colomba accompagnata da una schiera di angeli tornò al Signore”.
Il silenzio della piazza è stato accompagnato dolcemente da una emozionante esecuzione musicale della celebre composizione del Maestro Ennio Morricone, scritta per il film Mission, eseguita dalla banda di Introdacqua (AQ). Subito dopo ha avuto inizio la processione, aperta dai Tamurre, accompagnati dal folto gruppo in costume medioevale con tanto di bandiere, alabarde, rumoreggianti tamburi e squillanti trombe.

Tra i figuranti si è distinta una giovane donzella, accompagnata da due damigelle, che ha impersonato Santa Colomba, recante in braccio un rametto di rubiconde ciliegie, in memoria dell’antico prodigio. Dietro, a seguire, la banda, l’urna della Santa portata in spalla dai membri della confraternita con mantella rossa, i simulacri di San Berardo e San Donato, ed infine le autorità civili e militari con i fedeli in fondo. Le preghiere si sono intervallate spesso con i suoni popolareschi dei Tamurre, mescolati a loro volta con quelli araldici del corteo storico e con i consueti brani della banda. In questo tripudio sonoro di percussioni e di vari strumenti a fiato, che si rincorrevano l’un con l’altro, a stento si è sentito il canto popolare inneggiante la Santa con queste parole:

Cara Santa Colomba che sei tanto bella
e intorno a ‘sta cappella ti veniamo a ringraziar. (2 volte)
E tu Colomba aiutaci e tu Colomba salvaci
e tu Colomba abbracciaci noi ricorriamo a te. (2 volte)
Evviva Maria, evviva Gesù
e Santa Colomba aiutaci tu. (2 volte)

Dopo l’esibizione degli sbandieratori e l’esplosione in aria dei fuochi artificiali la processione ha fatto ritorno nella chiesa di San Donato, dove dal 1955 si conserva il suo simulacro in cera."Questa grande festa è ogni 5 anni per dar modo a tutti gli abitanti, che qui a Pretara non ci sta quasi più nessuno, stanno tutti a Roma, Pescara, invece in ferie tornano tutti qui, di partecipare, visto che mettono l’obolo tutti per fare ‘sta festa (i cui costi sono considerevoli per una piccola frazione e non sostenibili annualmente). Ci teniamo, è nostra, la santina nostra è nata qui, c’è l’urna come quella di San Gabriele e quella portiamo in processione”. Così ha detto una donna con palese orgoglio e alla Santa si chiede aiuto nelle difficili prove della vita , come bene esprimono i versi della canzone e le parole riportate in un pieghevole che recitano “ Per l’affetto che portate alla nostra valle Siciliana, terra benedetta dai vostri nobili antenati, tenete lontano da essa ogni sorta di calamità”. E ancora nello stesso si legge “ Stella dell’Amore, salvaci dal male, riparaci dai pericoli, alla tua materna bontà noi tutti ci affidiamo”. In un lato dell’urna di Santa Colomba vi è la scritta latina E montibus translata A.D. MDXCVI e con l’appellativo di “regina dei nostri monti” viene invocata, in un inscindibile rapporto che unisce lo spazio geografico con quello sacrale, permeato di profondi simboli, che toccano le corde più intime dell’anima. La presenza ad Isola del Gran Sasso del più famoso santuario di San Gabriele dell’Addolorata, poco distante da Pretara, certamente ha contribuito a permeare l’intero territorio di spiritualità e a diffondere modelli culturali di vita religiosa, ma mentre il culto verso San Gabriele si esprime in forme ben organizzate e strutturate dall’alto, nel caso del pellegrinaggio all’eremo di Santa Colomba, come negli altri di Casale San Nicola e di Assergi, assistiamo ad una devozione espressa in forme più libere e più direttamente partecipate a livello popolare. I luoghi, i riti, i canti appartengono ad un’altra dimensione geografica e storico-religiosa, con retaggi arcaici per la presenza di azioni e gestualità volte ad assicurare il benessere fisico e spirituale della persona attraverso antichi rituali terapeutici.

La festa popolare del primo settembre

Il primo settembre di ogni anno, giorno della sua morte, secondo antica tradizione, i pellegrini salgono fino all’eremo-chiesa di S. Colomba, per renderle omaggio con le celebrazioni di rito. Dopo aver lasciato la macchina alla Piana del Fiume, 850 s.l.m., ci si inerpica per un sentiero piuttosto ripido, zigzagando tra un’alta faggeta, fino a raggiungere in un’ora il sito a quota 1234 metri. Nonostante il tragitto impegnativo giungono fedeli da tante frazioni di Isola ed anche da paesi vicini.

Il pellegrinaggio stesso è percepito come un atto devozionale di offerta, con cui si vuole spesso chiedere aiuto o ringraziare per averlo ottenuto(15). La celebrazione eucaristica nel piccolo spazio antistante la chiesetta è partecipata da tutti i presenti che si dispongono a cerchio attorno alla statua della Santa, su cui sono state appuntate offerte in denaro e avvolte al collo molte coroncine del rosario. Al termine della funzione ci si dispone per la breve processione intorno all’eremo, che prevede due piccole soste per le benedizioni. Come di consueto spetta a Li Tamurre de Pretara aprire la processione al suono della Diana, di poco preceduti da chi regge un piccolo crocifisso di bronzo e poi la statua di S. Colomba con uno stuolo di bambini che recano in mano mazzi di fiori finti.

Dopo pochi minuti e al canto dell’inno popolare di S. Colomba si raggiunge il posto panoramico segnato da una croce di legno. Qui il sacerdote impartisce la prima benedizione, rivolta verso i monti, con il crocifisso e con la statua sollevata in alto dagli incollatori. Anche i bambini con i loro visi gioiosi innalzano fiori , mentre la piccola banda musicale riprende a suonare lungo il sentiero ombroso che conduce all’eremo. Qui si assiste alla seconda benedizione, con le stesse modalità della prima, rivolta ora verso la valle Siciliana.

Infine si ripone la statua dentro la teca, mentre i fedeli la toccano per l’ultima volta e le rivolgono con trasporto la seguente canzone di congedo, come si sente spesso nei santuari antichi del Lazio e Abruzzo:

Cara Santa Colomba noi ce ne ripartiamo
e una grazia ti chiediamo di venirci accompagnar. (2 volte)
e tu Colomba aiutaci e tu Colomba salvaci
e tu Colomba abbracciaci noi ricorriamo a te. (2 volte)
Cara Santa Colomba noi ce ne ripartiamo
e una grazia ti chiediamo di poterci ritornar. (2 volte)

Durante la mattinata numerosi devoti si avvicendano in chiesa per compiere un antichissimo rito finalizzato alla cura del mal di testa, anche a scopo protettivo. Da tutti viene indicato come pratica litoterapica, anche se non vi è contatto o strofinamento di parti del corpo su sassi o pietre. Si tratta piuttosto di un ingresso corporeo in uno spazio altamente sacro, per acquisire benefiche influenze, un po’ come avveniva nelle fenestellae confessionis, (16). Nel lato sinistro dell’altare si apre una piccola buca piena di minuscoli oggetti lasciati dai fedeli, sufficiente però a far entrare la testa, ma anche le braccia, di chi vuole compiere il rito secondo le più diverse intenzioni, tutte riconducibili a ottenere protezione e aiuto da Santa Colomba, visto che la nicchia, stando alla tradizione, ha ospitato per un lungo periodo i suoi resti mortali, rendendola così “miracolosa”.

Lo spazio tra l’altare e la parete della chiesa è angusto e richiede una particolare posizione del corpo per mettere dentro il capo e lasciare lumini, coroncine del rosario, ma più spesso fermargli e forcine per capelli, con l’evidente scopo di avere  una costante benedizione divina . Lasciare lì un proprio oggetto usato per i capelli, sta a significare non solo il tipo  di richiesta e quale intervento  si desidera avere, ma soprattutto con tale affidamento si  vuole stabilire un contatto diretto e permanente con la benevolenza divina, per sanare la disfunzione fisica in modo duraturo. Nel nostro caso legata al mal di testa. L'esempio di Pretara, nelle modalità sopra descritte, non è unico nel panorama folclorico abruzzese. Anche a Colli di Monte Bove,frazione di Carsoli (AQ), nella grotta di San Michele Arcangelo vi è una piccola nicchia poco profonda al cui interno si trova la cosiddetta treccia della Madonna, una formazione calcarea che al tatto richiama la forma di una treccia di capelli, dove i fedeli fino ad un recente passato infilavano la nuca per prevenire o curare la stessa patologia.

Pretara, San Donato
Pretara (TE), San Donato
Castelli, San Donato
Castelli (TE) San Donato

A Raiano (AQ) nei pressi dell’eremo di San Venanzio i pellegrini mettevano la testa e i gomiti in due incavi presenti in edicole di pietra per guarire dalle cefalee e artriti, lo sesso dicasi per coloro che si recavano per il medesimo  male nella catacomba di San Vittorino , frazione di L'Aquila. (17). La presenza del culto di San Donato a Pretara e di quello nella vicina Castelli bene attesta come, specie in passato, per salvaguardare gli equilibri mentali si ricorresse all’intervento divino, tramite il santo di Arezzo, in quanto potente taumaturgo delle crisi epilettiche e della sanità mentale in genere. Il mondo contadino aveva timore reverenziale verso la perdita della coscienza dell’individuo, posto in balia di forze occulte, che si associavano ad una dimensione non naturale dell’esistenza e pertanto risolvibile solo con le potenze metafisiche.

VIDEO - Le Feste di Santa Colomba

La festa di San Nicola di Bari nell’eremo di Casale San Nicola (TE)

Nel versante teramano del Gran Sasso, alle pendici del Corno Grande, si incontra a quasi 1100 metri di quota l’eremo di San Nicola di Corno, raggiungibile dalla frazione di Casale San Nicola di Isola (TE) in poco più di mezzora di cammino, seguendo un comodo tracciato sterrato, non carrabile. La festa di Maggio in onore di San Nicola di Bari dal 2015 è stata spostata al secondo sabato di luglio, per consentire una maggiore partecipazione popolare, in quanto il pellegrinaggio coinvolge soprattutto gli abitanti di Casale, molti dei quali residenti altrove per motivi di lavoro. La ricorrenza festiva qui assume caratteri abbastanza diversi da quelli di Pretara, per un diverso coinvolgimento emotivo che si percepisce durante i riti religiosi tradizionali. Anche lo scenario paesaggistico si presenta con altri panorami, su cui si erge il maestoso Paretone del Corno Grande, stagliato contro un cielo blu cobalto, come un vegliardo pastore.

Dopo l’Alto Medioevo, contrassegnato da una limitata economia legata alla pastorizia, con la venuta nel XII secolo prima dei cistercensi e poi ancor più dei Camaldolesi a Campo Imperatore, l’attività armentizia ha avuto grande sviluppo e ha visto col tempo un notevole incremento della transumanza verso il Tavoliere della Puglia. I pastori abruzzesi, che lì portavano a svernare le greggi percorrendo i millenari tratturi, assimilarono alcuni culti molto presenti in quell’ area geografica, tra cui quello di San Nicola di Bari (oltre a San Michele Arcangelo e in minore misura Santa Eufemia) e contribuirono molto alla sua diffusione in Abruzzo, come nel caso di Casale San Nicola. La figura del santo di Mira però in questo luogo deve essersi sovrapposta ad un altro San Nicola, precedente, perché l’eremo è datato all’ XI secolo e il suo culto in Puglia, giunto più tardi rispetto alle altre regioni meridionali, si espande solo dopo la ben nota traslazione del 1087. In considerazione di ciò, venendo a mancare i presupposti temporali dei fatti, che si svolgono in periodi storicamente differenti, quali l'esistenza dell'eremo intitolato ad un San Nicola già nel secolo XI e l'espansione in Abruzzo del patronato del santo di Bari in tempi non antecedenti al XII secolo, è  legittimo ipotizzare tale sovrapposizione cultuale. La tradizione orale, non in contrasto con le scarne notizie riportate negli Acta Sanctorum, nomina un San Nicola eremita, fratello di Santa Colomba, vissuto qui tra l’XI-XII sec., insieme all’altro fratello Egidio, anch’egli santo eremita sul Gran Sasso (18). Inoltre la stessa fonte orale, raccolta in loco nel luglio 2015, ha raccontato che fu Santa Colomba in gennaio a recarsi nei pressi dell’eremo per trovare il fratello Nicola e portargli in dono un cesto di ciliegie. Dall'oralità ci giungono importanti testimonianze su di loro, in linea con le pochissime notizie a nostra disposizione, che meriterebbero approfondite indagini per conoscere e contestualizzare la loro vicenda, rientrante nel grande fenomeno dell'eremitismo medioevale maschile, coevo all'età di Santa Colomba. Dopo la celebrazione eucaristica è uscita nella vicina radura la processione con la statua del santo, che alla base ha un catino con tre bambini in atteggiamento orante verso il santo, che li fece resuscitare dalla morte, inflitta da un oste per vendere la loro carne. Nella stessa figurano  tre sfere d’oro in ricordo della sua munifica elargizione per far maritare tre giovani donne, salvandole dalla   prostituzione, verso cui il padre  voleva avviare per povertà. Dopo la rituale benedizione, rivolta a nord e poi a sud, si è esibito il coro degli alpini di Isola del Gran Sasso, che ha interpretato  brani del repertorio tradizionale abruzzese. L’offerta di bevande con panini agli astanti ha concluso la permanenza all’eremo ed è iniziato il ritorno. Durante la discesa più che all’andata si ripete l’ usanza di fermarsi ad una sorgente sottostante l'eremo per dissetarsi, per farsi un segno di croce e per riportare l’acqua a casa, in quanto ritenuta santa e particolarmente benefica per il mal di testa. La fonte, detta di San Nicola, fuoriesce da un'edicola in marmo ben curata, che contiene in una nicchia un'immagine del santo di Mira.

Una versione idroterapica per la cura del ricorrente male neurologico. C’è anche chi si bagna parti del corpo in funzione protettiva e chi, molto sporadicamente, raccoglie sassolini nell’acqua per conservarli in segno di devozione. Oggi quest’ultima pratica è conosciuta e a volte attuata solo da alcune persone di una certa età, che la ricordano. Per tutti è acqua santa e San Nicola guarisce il mal di testa, se si ha fede.

VIDEO  L'Acqua Santa di Casale San Nicola (TE)

Le acque terapeutiche di San Franco eremita di Assergi

Sul versante aquilano del Gran Sasso a 1730 m. di altezza San Franco Eremita, nato a Roio(AQ) nella metà del XII sec., si rifugiò per cinque anni in un antro, dopo vari anni di eremitaggio sui monti abruzzesi. Cercando maggiore solitudine e raccoglimento andò a vivere in anfratti ancora più impervi e nascosti dello stesso massiccio, dapprima nella grotta di Peschioli e poi in quella di Pizzo Cefalone, dove morì tra il 1220 e il 1230 (19). Come Santa Colomba affrontò un’esistenza di stenti, fortemente penitenziale, ma a differenza di lei mantenne un certo contatto con la gente e con la comunità monastica di Santa Maria ad Silicem di Assergi, dato che ebbe vita abbastanza lunga e necessità di ricevere periodicamente i sacramenti.

A lui si annoverano molti miracoli e fatti straordinari, come quello di aver fatto sgorgare nei pressi del suo primitivo rifugio di Assergi una sorgente, oggi nota come l’acqua di San Franco, a cui si attribuisce potere terapeutico nei confronti di malattie cutanee, come rogna e scabbia, ma non solo (20). Il luogo eremitico, meta di pellegrinaggio estivo, non presenta particolari difficoltà di salita, ma comunque richiede una buona mezzora di cammino per raggiungerlo.

Qui giungono ogni 13 agosto molti fedeli dai paesi vicini, particolarmente dal teramano, muniti di recipienti per riportare l’acqua a casa, a parenti, conoscenti che la chiedono e soprattutto agli ammalati, in una rete di solidarietà che certamente reca conforto a quanti sono nel bisogno e nella sofferenza.

Sulle proprietà eccezionali di quest’acqua si racconta tra l’altro che alcune navi del re di Inghilterra dirette in patria avevano fatto provvista dell’acqua di San Franco, ma durante la traversata fu bevuta tutta dagli equipaggi. All’arrivo i marinai riempirono le botti con acqua del posto, consegnandola come fosse quella di San Franco, nonostante ciò si verificarono dei miracoli tra la gente che la bevve.

Il 5 giugno invece ad Assergi il santo viene festeggiato con una solenne processione che fa il giro del paese con la statua del patrono e i reliquiari contenenti le sue sacre spoglie. Il simulacro si completa con il lupo posto ai suoi piedi avente nelle fauci un bimbo, prontamente salvato dal santo che ha imposto all’animale di lasciare incolume il piccolo. Un fatto che ricorda da vicino un analogo intervento soprannaturale, questa volta compiuto da San Domenico di Cocullo, così come viene rappresentato ancora oggi a Pretoro (CH). Prodigi in grado di mutare il corso della natura e di salvare la vita agli uomini, che contraccambiano riconoscenti con preghiere e atti devozionali ed elevano il santo a nume tutelare dell’intero territorio in cui vivono. Nella chiesa di Santa Maria Assunta di Assergi si conservano sei storie dipinte in affresco riguardanti episodi della vita di San Franco, che stanno ad attestare non solo la sua straordinaria religiosità, ma anche la sua grande umanità, sempre pronta ad aiutare gli altri e a stare in armonia con tutto il creato (21).

A conclusione di questi circostanziati fatti si riportano testimonianze sul valore terapeutico dell’Acqua di San Franco, che annualmente richiama numerosi fedeli da un vasto territorio, a cui si aggiungono non pochi naturalisti ed amanti della montagna.
Le brevi interviste sono state effettuate il 13 agosto 2013 nel santuario di San Franco di Assergi durante la festa, così come la documentazione foto-video.

Informatore anziano di San Gabriele
d.- Come mai è venuto alla fonte di San Franco?
r.« Pe’ fa’‘na cammenata».
d.- Ma anche per prendere l’acqua?
r.« Ne piglio una bottiglia da portare a casa, per devozione. I genitori appresso che venivano a ‘sta festa di San Franco, portava sempre la bottiglia dell’acqua, benedetta da San Franco, sempre a portare quest’acqua, allora noi facciamo come facevano i genitori nostri, no?»
d.- Quindi anche lei porterà l’acqua a casa?
r.« Si, si ... non sarà niente, però...»
Informatrice anziana
d.- Per quale motivo riporta l’acqua di San Franco?
r.« Oh è acqua santa questa qua, è tanto buona».
d.- È benefica soprattutto per che cosa?
r.« Perché San Franco è tante, ha fatto tante grazie, penso che è utile».
Informatrice di mezza età di Assergi
d.- Signora come mai sta riempiendo tutte queste bottiglie?
r. «Per portarle agli vicini di casa».
d.- Gliel’hanno chiesta?
r. «Si».
d.- Perché è particolarmente benefica?
r. « Eh speriamo che ci fa bene e che ci fa stare bene, è l’acqua di San Franco».
d.- Quindi si porta anche agli ammalati?
r. «A tutti, ammalati e a tutti quanti. ( dopo aver lavato il viso, il collo, le braccia, sorridendo ha aggiunto) Questa fa bene».
Informatrice di mezza età di Teramo
d.- Come mai sta riempiendo queste bottigliette?
r. «Perché le porto a casa».
d.- Per devozione?
r. «Ma, per farla bere ai miei figlioli, dice che fa bene quest’acqua, allora la porto ai miei figli, avevo il mio papà che veniva qui da quando era piccolino».
Informatrice un po’ anziana di Assergi
d.- Signora ha bagnato il viso ,le braccia perché..
r. «(prontamente) Per la devozione, perché questa è un’acqua, se senti la storia, lavatevi con quest’acqua fatale che vi libera da ogni gran male e qual grazia volete di più. Ci sono venuti i nonni nostri, i genitori, sempre il 13 (agosto), chi per esempio non c’è potuto veni’ce la riportiamo, al vicinato, agli amici..».
d.- Si porta anche a qualche ammalato?
r. «Si, si, soprattutto agli ammalati - (interviene un anziano) tante volte ci hanno portato qualcheduno che non si sentiva bene, l’hanno portato pure qua a lavarlo con quest’acqua. ( riprende il discorso l’anziana) Mi ricordo una volta che venivano da Teramo, la famiglia avevano due bambini che non stavano bene, non camminavano, mia madre gli ha dato il somaro con i cesti e l’hanno portati qua col somaro per chiede la grazia. (interviene di nuovo l’anziano, concludendo) Infatti, siccome che San Franco ci salva dalla rogna e la scabbia, uno si lavava con quest’acqua e guariva».

VIDEO  Le Acque di San Franco di Assergi (AQ)

NOTE

Non è mia intenzione ripercorrere notizie e fatti già acquisiti, se non per integrarli, ampliarli o semplicemente citarli in quanto funzionali allo studio preso in esame. Per ogni altra informazione si rimanda a quanto è già stato pubblicato.

1 – Il castello, del tutto in rovina, è a circa 1000 metri di altezza, posto di fronte al versante nord dei monti Camicia e Infornace del gruppo del Gran Sasso. Costruito probabilmente intorno al IX secolo, fu a lungo possedimento dei conti di Pagliara o di Collepietro, vassalli del re di Sicilia. Qui nacque San Berardo vescovo di Teramo dal 1116 al 1122 e attuale patrono di questa città.
Secondo quanto riportato nel volume Senso Unico cinque viaggi nella provincia di  Teramo, a cura del Master in giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo in collaborazione con la Camera di Commercio di Teramo, Direttore responsabile Fabrizio Masciangioli, p.43 "(Colomba) diventò santa perché molte persone dopo essere salite al suo eremo si dichiararono guarite dalle malattie". web.te.camcom.it/upload/file/1094/547163/.../guida_02%20LOW.pdf. Recenti studi mettono in discussione l’appartenenza di Santa Colomba a questo casato e quel che ne consegue.                                              lacittaditeramo.blogspot.com/2014_09_01_archive.html.

2 – Le esigue notizie agiografiche che ci giungono dal passato sulla figura di Santa Colomba si riassumono in scarne parole riportate negli Acta Sanctorum, qui di seguito trascritte per intero. « De S. Columba solitaria in Aprutio, et SS. Nicolao et AEgidio fratribus ejus transmissae olim sunt observationes paucae, in quibus Berardus episcopus Interamnas frater eorum vocatur ; dicitur quoque S. Columba coli 1 Septembris. Verum,quia observationes illae minus accuratae sunt, quam ut aliquid certi ex iis eruere possimus, et quia mentionem de illis Sanctis alibi non reperimus, eos differimus, donec eruditus aliquis Italus doceat certiora, Colitur S. Berardus XIX Decembris. »
Acta SS. Septembris, I, Venezia 1754, p.5
Traduzione
«Su Santa Colomba solitaria in Abruzzo e sui suoi SS. Fratelli Nicola ed Egidio ci sono giunte poche informazioni, tra cui Berardo vescovo di Teramo è indicato come loro fratello; si dice che S. Colomba sia festeggiata il 1 settembre. In verità, poiché quelle note non sono proprio accurate, tanto quanto possiamo rintracciarne alcune certe, e non ritroviamo altrove menzione di quei santi, li differiamo, fin al momento in cui qualche erudito italico dimostri cose più sicure, S. Berardo è festeggiato il 19 dicembre ». In conclusione ciò che si tramanda non può ritenersi del tutto attendibile.
Nevio Di Michele, Santa Colomba, regina dei Monti, Editoriale Eco,2005, ipotizza come data di morte il 1114 o il 1115.

3 – Insicure fonti danno come fratelli Colomba, Berardo, Egidio e Nicola, a cui si deve aggiungere un tal Rainaldo, che figura essere fratello di San Berardo negli atti giuridici che vanno dal 1116 al 1122, facenti parte del «Cartulario della Chiesa Aprutina», come riporta Gabriele Orsini ne “ La diocesi di Teramo-Atri”, Teramo 1999 «In questi atti giuridici si trova una conferma che S. Berardo aveva un fratello di nome Rainaldo », signore di Luco, vicino Tossicia. Rispetto alla tradizione orale si tramandano in sintesi due narrazioni, un po’ differenti, anche se provengono dalla stessa area geografica. A Pretara S. Colomba viene ricordata solo come sorella di San Berardo, con cui nel gennaio 1116 assistette nell’eremo al noto miracolo delle ciliegie. A Casale San Nicola si parla invece di Egidio e Nicola come fratelli di S. Colomba e con la variante che a quest’ultimo in pieno inverno avrebbe portato un cesto di ciliegie, nel luogo in cui viveva da eremita, vicino all’attuale chiesetta di San Nicola.
4 – Sul primitivo rifugio suo fratello Berardo, stando alla tradizione popolare, per onorarla avrebbe costruito una chiesetta, che il vescovo di Penne Anastasio De Venantiis consacrò effettivamente intorno al 1215, un secolo dopo la morte della Santa. Raffaele Petrilli in “ Gli eremitaggi del Gran Sasso: Santa Colomba, Fra Nicola, Confratel Gabriele “. L’esistenza della chiesa di Santa Colomba è ulteriormente attestata nel 1328 dal registro delle decime, pagate nella misura di “carlenum unum et gr. Duo”. www.lagagransasso.it, L’eremo di S.Colomba da Pretara.

5 – Nella parrocchiale di San Massimo di Isola del Gran Sasso si conserva la pala di altare che raffigura la Vergine con il Bambino con ai lati San Berardo e Santa Colomba, originariamente collocata nella chiesetta dell’eremo e poi prudentemente trasferita in detta chiesa, per una maggiore protezione. Al suo posto e in sostituzione di essa è stata dipinta una approssimativa copia pittorica davanti l’altare. In basso a sinistra dell’opera si legge :"Andreas (P)ompeus de / Castellis pro/sua devotione/1753". La scritta si presta a più interpretazioni, quella più corrente vuole che Andrea Pompei di Castelli l’abbia realizzata nel 1753 per la sua devozione, mentre l’altra propende a considerare il Pompei come committente.
6 – Dopo quasi mezzo millennio le ossa di Santa Colomba sono state trasferite dal suo eremo montano nella chiesa di Santa Lucia, che nel portale d’ingresso reca incisa la data del 1450, probabile anno dell’ ampliamento del preesistente nucleo francescano. Detta chiesa per secoli è stata sede della parrocchia di Pretara e ha custodito i resti mortali di Santa Colomba, dal 1596 al 1955, anno in cui l’urna processionale con il simulacro in cera della santa è stata portata, non senza turbolenti vicende, nella chiesa di San Donato e qui collocata in una apposita cappella laterale. Secondo autorevoli fonti orali è emerso che l’urna a vetri, sul modello di quella che contiene il corpo di San Gabriele e qui riprodotta in una vecchia cartolina degli anni 1940, fu commissionata dalla benestante famiglia dei Tauri di Isola del Gran Sasso verso la metà degli anni Trenta del secolo scorso per la grande devozione che avevano nei confronti di Santa Colomba.

La cartolina degli anni 1940 mostra l'urna di S. Colomba pressoché uguale a come è oggi.
La cartolina degli anni 1940 mostra l'urna di S. Colomba tale e quale a come è oggi.
Urna di Santa Colomba nella chiesa di S. Donato di Pretara
Pretara di Isola del Gran Sasso (TE), l'urna di Santa Colomba oggi custodita nella chiesa di S. Donato

Costoro erano i livellari dell’epoca, gestori dei beni della chiesa di Santa Lucia, di proprietà della curia, per conto della quale riscuotevano le imposte. In quegli anni era conservata all’interno di questa chiesa e poggiata su di un basamento di legno, tuttora visibile nell’unica navata. Allora per il primo settembre, giorno della festa della santa, uscivano in processione tanto l’urna che il busto reliquiario, percorrendo il tragitto che andava dal borgo Santa lucia a Pretara e ritorno. L’ultima ricognizione sullo stato delle reliquie è stata fatta il 27 luglio 1965 dal vescovo di Teramo-Atri Mons. Stanislao Amilcare Battistelli presso la chiesa di Santa Lucia, con tanto di bolla finale, che ne attesta in loco la conservazione dei suoi resti mortali, purtroppo più volte trafugati da mani sacrileghe, anche di recente.

A Pretara invece si custodisce la statua in cera, che è stata oggetto nel 1955 di movimentati avvenimenti, quando invece di far ritorno nella chiesa di Santa Lucia fu improvvisamente portata nella nuova parrocchiale di San Donato, dove poi è rimasta, suscitando le ire degli altri fedeli, custodi per secoli delle sacre spoglie. Le cronache giornalistiche  parlano di disordini, di energiche azioni della forza pubblica,  di gesti eclatanti, di necessario intervento pacificatore del vescovo e così via. Un fatto che ha segnato la comunità del borgo Santa Lucia, ancora oggi vivo nei ricordi, non proprio piacevoli.  Non aggiungiamo altro per non rinfocolare vecchie ruggini, ma l’episodio  è stato ricordato perché si presta a varie analisi antropologiche, a cominciare dalla grande importanza storica del possesso di sante reliquie, che ha visto ben altre dispute.  Un fenomeno questo, di cui resta ampia traccia in ambito folclorico. Per restare nello specifico abruzzese basti qui ricordare alcuni esempi di aspra contesa che hanno coinvolto comunità come Rocca di Botte e Trevi nel Lazio, San Donato e San Filippo, Rocca di Botte e Pereto, Amatrice e i borghi dei santi Lorenzo e Flaviano, Succiano e Beffi (Acciano) e via dicendo. Per chi volesse consultare le cronache del 10 e 12 settembre 1955 sulle vicende di Pretara può digitare:  http://www.hostinggratis.it/_banner/hostinggratis1.gif.
7 –Nel museo Capitolare di Atri è esposto un busto reliquiario di S. Colomba, che con assoluta certezza si può attribuire alla santa di Sens, perché alla sua base compare l’iscrizione Vergine e Martire. Nella mano destra tiene una palma, simbolo del martirio, mentre nell’altra non è possibile accertare l’attributo, purtroppo andato disperso, ma con molta probabilità doveva trattarsi di un libro. Come ben si sa la diffusione del culto di Santa Colomba di Sens ad Atri e nel teramano si deve all’arrivo, probabilmente nel ‘600, di sue reliquie da Rimini, dove è titolare di una cattedrale.
8 - Non so per quale motivo la santa di Alessandria sia stata dipinta due volte nella chiesa di Santa Lucia, ma non è un caso più unico che raro, perché, ad esempio, a Loreto Aprutino nella chiesa di Santa Maria del Piano Santa Caterina più volte compare doppiamente effigiata nello stesso spazio di parete.
9 – La chiesa di Santa Lucia merita approfonditi studi e accorti interventi di restauro, per salvare i suoi pregevoli beni storico-artistici e per restituire alla comunità verità storiche e forse ulteriori bellezze artistiche rimaste per troppo tempo nell’oblio. Lo stato di conservazione delle opere d’arte è pessimo. In particolare sono molto rovinati gli affreschi quattrocenteschi, che a suo tempo mani inesperte hanno profondamente danneggiato, così che oggi risultano mutili di superfici di colore e molto poco leggibili. Sulla parete in fondo a sinistra compaiono in tre riquadri le figure di San Sebastiano, Santa Caterina di Alessandria e una santa identificata come Santa Colomba eremita, mentre ritengo trattarsi di un’altra Santa Caterina di Alessandria. Non intendo qui ampliare più di tanto lo studio storico-artistico, che mi riservo di approfondire in seguito, per dar conto delle prime risultanze della ricerca fin qui condotta. L’opera dell’ ignoto maestro per l’insieme degli elementi pittorici espressi nelle tre raffigurazioni religiose può essere riferita agli ultimi decenni del ‘400, mentre la sua formazione è riconducibile all’ambiente umbro-abruzzese e in particolare a quel fecondo luogo di incontro di artisti che fu il territorio di Amatrice, fino al 1927 facente parte della regione Abruzzo, e aree geografiche contigue. Tra le tante testimonianze d’arte, rivelatrici di affinità iconografiche con l’opera del nostro anonimo maestro, dobbiamo menzionare i cicli pittorici presenti nel santuario della Filetta e dell’Icona Passatora. In questi due santuari si ritrova buona parte del suo datato repertorio figurativo e di schemi compositivi, che dovette assimilare da più dotati pittori, come Dionisio Cappelli e Bartolomeo Caporali, oltre ad aperture culturali moderne, per ciò che concernono vedute naturalistiche all’interno di sacre rappresentazioni, il cui sommo pittore fu il Perugino, seguito da tutta la sua scuola. Al di là della pesante cornice scura con larga base prospettica, che fa da intelaiatura ai soggetti religiosi, la rappresentazione di San Sebastiano è certamente quella che più si fa interprete della nuova età umanistica, soprattutto per come è armonizzata la longilinea figura nell’arioso paesaggio di dolci colline con isolati alberelli. Quasi non sembra la scena di un martirio, sublimata come è dal forte messaggio salvifico. Ai carnefici ostenta fieramente, ma in modo un po’ teatrale, il suo imperturbabile corpo nell'atto di dare la  propria testimonianza di fede. Sul piano formale assistiamo alla conquista di un nuovo concetto di spazio, in cui vede affermarsi un diverso rapporto tra uomo e natura, ormai lontano dalla visione medioevale. Altri dettagli rimandano alla coeva pittura, come la foggia del perizoma a pieghe, ottenute con segni forti e decisi al posto della ombreggiatura e le corde al braccio del santo. Se fin qui il San Sebastiano ci restituisce una convincente pagina quattrocentesca della pittura abruzzese, dall’altra conserva modelli iconografici di vecchia data. Soprattutto non si fa scrupolo di riportare l’esatta collocazione e numerazione delle frecce, con gli identici rivoli di sangue, perfino lo stesso dardo che oltrepassa il braccio e si conficca sul fianco destro, precisamente come le figure di San Sebastiano presenti nelle chiese dell’Icona Passatora e della Filetta di Amatrice, dipinte da Dionisio Cappelli nell’ultimo quarto del ‘400. Il confronto però si ferma qui, perché ben altro slancio ha il corpo affusolato del nostro San Sebastiano, che autorizzerebbe a costatare una certa discontinuità di stile con le altre due figurazioni, ancor più convenzionali. Di lato compare Santa Caterina di Alessandria, facilmente riconoscibile per la ruota dentata, simbolo del suo martirio, che tiene in posizione dritta con la mano destra. L’affresco è molto danneggiato e il drappo che le sta dietro è stato addirittura grattato in toto. Un’ immagine abbastanza stereotipata, tanto che si riscontrano facilmente affinità tipologiche in un’ampia area, ad esempio nella chiesa di San Lorenzo di Paggese, vicino Acquasanta del Tronto o nel santuario dell’Icona Passatora di Amatrice, anche se qui con riferimento a Santa Lucia. L’affresco amatriciano della Madonna in trono con Bambino e ai lati Santa Lucia e Santa Apollonia di Dionisio Cappelli rivela sorprendenti punti di incontro con le raffigurazioni presenti ad Isola del Gran Sasso, a cominciare dal vestiario, tipico del ‘400 nel centro Italia. Esso è composto da una camicia bianca con collarino merlettato, da una gamurra con raffinati disegni o ricami floreali di matrice umbra, tagliata alle maniche per mostrare sbuffi del lino della camicia e legati con laccetti fino al polso, nel modo che vediamo effigiato in molte figure femminili presenti nelle citate chiese di Amatrice. Infine c’è la sopravveste di colore rosso scuro, detta coppa, guarnita di balze e di semplici ricami, da cui fuoriescono a pinguino le punte dei piedi. Sulla mano destra reca la palma del martirio e sulla testa una corona che sembra gemmata, inglobata nell’aureola gialla, che  un sottile bordo bianco delimita dal fondo. Altro elemento di contatto è costituito dai capelli, divisi al centro della fronte in due lunghe ciocche arrotolate che incorniciano il delicato viso, abbellito ancor più da una collanina di perle o altro gioiello vitreo. Tuttavia sotto il profilo strettamente pittorico la posa della santa è rigida e statica e non basta la parziale veduta di campagna che si intravede sotto il drappo a riscattare la  debole esecuzione, salvando il bel viso con la sua espressione raccolta e un po’ dimessa, umanissima. La terza ed ultima scena è la più complicata ed enigmatica, perché, stante l’aggressione a cui è stata sottoposta, resta di ardua decodificazione. Il riquadro presenta un modulo compositivo simile al precedente, con la santa in piedi che si staglia contro un tappeto molto decorato, portato fino all’altezza dei fianchi. La parte sottostante si apre maggiormente a graziose notazioni paesaggistiche, su cui compaiono segni simili ad una grande A, forse da interpretare nei loro significati più o meno nascosti,  al momento indecifrabili. La santa si distingue dalla precedente, per una sua pronunciata monumentalità, per il suo sguardo fiero e sicuro di sé, per gli abiti sontuosi e per una certa rotazione del busto che, pur nella sua statica posizione, la rende più presente e dialogante con l’osservatore. Anche lei è provvista di camicia bianca con trina, di gamurra ocra a pieghe, di coppa rossa, senza sbuffi nelle maniche, almeno così sembra, ed ha la stessa corona inserita nell’aureola contornata di bianco, che le avvolge il viso come una bolla di sapone. Non sembra avere una collanina, mentre rispetto all’altra ha un bianco copricapo con fiocchi sulla acconciatura dei capelli, che ritroviamo in area umbra. La stessa cuffietta arricciata compare nell’affresco di Assergi raffigurante un’ altra Santa Caterina di Alessandria, ascrivibile allo stesso maestro, anche per altri riscontri.Assergi-S.Caterina di Alessandria - affresco sec. XV Tornando alla terza misteriosa santa vediamo che fattezze ed espressione sono molto somiglianti con quelle dipinte da Dionisio Cappelli ad Amatrice, accomunate dalla caratteristica bocca a cuoricino e dalle fisionomie delineate con pronunciato linearismo. Su tutta la superficie del drappo che incornicia la figura femminile campeggia la forma decorativa di una ruota, forse un’ allusione al martirio della santa , ricorrente nell’ area geografica menzionata e in quella maceratese , come a Trevi nella chiesa di San Pietro a Pettine e a Serravalle del Chienti nella chiesa della Madonna del Piano. Resta infine da appurare la sua identità, cercando di intravedere tra le rovine pittoriche il suo secondo attributo, oltre l’onnipresente palma tenuta nella sinistra. Lavorando sull’immagine, anche al computer, è stato possibile scorgere sulla spalla destra , a mo’ di arco, una parte di ruota dentata con le riconoscibili bianche lame metalliche, sostenuta all’altezza della vita con la mano destra. Stando così le cose non può che essere Santa Caterina di Alessandria. Solo uno scrupoloso restauro potrà fornire riscontri chiarificatori e ridare soprattutto il giusto valore al monumento nazionale. Infine, come già accennato, un contributo alla sua identificazione ce lo può fornire l’affresco di Santa Caterina d’Alessandria nella chiesa di Santa Maria di Assergi, attribuibile all’ anonimo maestro per fattori stilistici e formali, tra cui la cuffietta copricapo con fiocchi e la porzione di ruota tenuta in braccio, come non ne ho viste nei dintorni. Il pittore dunque si è mosso geograficamente tra Umbria e Abruzzo, con probabili contatti marchigiani, oscillando, per quel che è stato possibile costatare, fra tradizione e innovazione, tra repertori tardogotici e nuove istanze umanistiche, non proprio di prima mano, alla ricerca di uno stile e di un linguaggio più personale, in cui convivono soluzioni figurative più popolari con altre più raffinate.

10– L’eccezionale testimonianza della sua vita ascetica rientra nel più generale fenomeno dell’eremitismo sviluppatosi in Italia dopo il Mille, qui appena evocato nella tipologia anacoretica femminile in Abruzzo, che annovera almeno un altro esempio abbastanza noto. Anzitutto va ricordato che la sua decisione di andare ‘solitaria’ in mezzo alle montagne fu decisamente rivoluzionaria per quei tempi, perché ella agì al di fuori delle istituzioni religiose, nella piena libertà spirituale, concentrata tutta nel rapporto diretto, esclusivo con Dio. Una tale posizione, come abbiamo rilevato, non poteva non generare perplessità verso il suo operato o addirittura sospetti. A tal proposito scrive Fabio Figara :«Purtroppo la mascolinità richiesta per la vita eremitica provocava una sostanziale diffidenza da parte della società ecclesiastica del tempo nei confronti delle donne, e questo può forse spiegare la penuria di storie di sante». www.storiamedievale.net/pre-testi/eremitismo.htm
Infatti nei confronti del crescente movimento penitenziale femminile il concilio Lateranense (1139 ), nel canone 26, così si espresse duramente, ritenendolo " dannoso e detestabile costume di certe donne che, pur non vivendo secondo la regola del beato Benedetto, di Basilio, o di Agostino, desiderano tuavia passare per monache dinanzi al popolo ".
Mario Sensi, Mario Tosti, Corrado Fratini, SANTUARI nel territorio della provincia di Perugia, Quatrroemme 2002, p. 73.

E che dire allora della giovanissima Colomba, confinatasi fuori dal mondo con la sua  scelta eremitica in luoghi selvaggi, vissuta tra privazioni ed enormi sacrifici, che certamente minarono la sua salute fino alla precoce morte? La sua autentica, profonda vocazione religiosa però non dovette passare inosservata alle popolazioni locali, anche se non sappiamo nulla al riguardo, se compì dei miracoli, se la gente la cercava per ricevere aiuti oppure per darle una qualche forma di sostegno, come normalmente è avvenuto in simili casi. Lei è l’incarnazione di quel radicale ascetismo che si venne ad affermare nei due secoli successivi al Mille, parallelo alle numerose realtà monastiche regionali osservanti le regole dei cenobi di ispirazione benedettina, anticipatore di quei movimenti pauperistici e ordini mendicanti che si affermeranno nel XIII sec.. Un altro esempio di donna eremita interamente votata a Dio, abruzzese di nascita e a lei coevo, è costituito dalla vita di Santa Cleridona-Chelidonia, pur nella loro grande differenza di età. Costei nacque a Cicoli, nell’odierno territorio cicolano, intorno al 1077 e morì in una grotta vicino Subiaco (RM) nel 1152, che scelse come luogo eletto della sua missione. Tra le due sante si trovano numerosi punti di contatto nella conduzione della vita eremitica, ma a differenza di Santa Colomba Chelidonia tenne rapporti stabili con la popolazione locale e con l’abbazia benedettina di Santa Scolastica, dove ricevette il velo monacale nella seconda decade del XII sec. Inoltre attorno alla grotta dove visse fondò un monastero benedettino femminile ed ebbe, cosa rara per quei tempi, una Vita scritta da un anonimo nel XIII sec., in cui sono raccolti fatti e testimonianze su di lei. Fondamentali i libri di Sofia Boesch Gajano, Chelidonia Storia di un'eremita Medievale, Viella, Roma 2010, p. 108 e di Ida Busacca Magli, Gli uomini della penitenza, Garzanti Editore, 1977.

11 - Anche per San Franco di Assergi, vissuto nel versante sud del Gran Sasso tra il XII e il XIII, numerosi sono i riferimenti toponomastici, che ne attestano la presenza in detti luoghi, come Monte San Franco, Sorgente di San Franco, San Franco al Cefalone, San Franco a Peschioli.
Fondamentale il libro San Franco di Assergi, storia di eremitismo e santità alle pendici del Gran Sasso, Atti del Convegno - 2 giugno 2012- Assergi (AQ), a cura di Ivana Fiordigigli, Edizioni Arkhè 2012
12 – Giovanni Pansa, miti, leggende e superstizioni dell’Abruzzo, Sulmona 1924, pp.147-148 riporta: «Il segno pettiniforme si trova impresso nelle scolture rupestri e nei blocchi megalitici. Secondo M.A. de Mortillet quel segno è compreso nella categoria dei segni naviforrmi, perché rappresenta una nave il cui equipaggio è raffigurato dai denti del pettine....Il Montelius, il Reinach, e il Dechelette ed altri credono, a loro volta, che questi petroglifi rupestri contengano tanti simboli solari. Secondo il Müller, avrebbero uno stretto significato religioso. Le navi scolpite nelle rocce simboleggiano il sole che vaga nell’oceano e abbandona la terra alle tenebre».
13 -Domenico Perri, in Simboli della Dea, scrive: «Nube con segni di pioggia: questo simbolo a forma di pettine era utilizzato, in comunità agricole, come propiziatorio di fertilità dei campi; cfr la forma del pettine stesso: v. ad es. il cosiddetto ‘Pettine di Santa Colomba’ del Neolitico, scolpito sulla roccia; ancora oggi si dice ‘una pioggia o cascata di capelli’». http://www.ilcerchiodellaluna.it/central_Dea_simboli.htm -
Un grazie particolare alla etnoantropologa Adriana Gandolfi per avermi fornito detta documentazione e all’occorrenza valido aiuto.
14-Silvio Di Eleonora, L’Antica Università di Pagliara tra Statuti Parlamenti e Catasto onciario, Verdone Editore, 2010, p. 105-109. Silvio Di Eleonora, Comune di Isola del Gran Sasso, Albo dei sindaci, frammenti di storia isolana, Verdone Editore, Castelli(TE),2013. All’illustre storico il mio più vivo ringraziamento per l’affabile aiuto che mi ha gentilmente concesso in questa ricerca e per il dono di sue pubblicazioni riguardanti il territorio di Isola del Gran Sasso.
15 –L’interno dell’eremo ad ambiente unico è disadorno e non ha particolari opere di pregio artistico, anche lo stesso altare in fondo al piccolo vano con la teca che custodisce la moderna piccola statua della santa non riveste oggi particolare interesse. Diversamente da altri santuari non si vedono ex voto e i pochissimi presenti o rimasti curiosamente non contengono immagini della santa, ma quelle di altri soggetti religiosi del territorio. Una conferma in più di come la sua persona sia stata evanescente nei secoli. In uno, ad esempio, figurano quattro santini, nell’ordine da sinistra a destra San Gabriele, una Madonna con Bambino in braccio, Santa Gemma Galgani con una scritta illeggibile e un’altra Madonna con Bambino in piedi sulle sue gambe, recante nel bordo l’annotazione Mater Sedes Sapientiae, da correggere in Madre della Nostra Speranza. Con questo titolo infatti è conosciuta nelle molteplici raffigurazioni che riproducono la stessa immagine, molto venerata dai padri passionisti, presenti nel vicino santuario di San Gabriele. Una similare iconografia religiosa la troviamo ad Assergi in una tela ovale del XVIII sec. da poco restaurata, avente per titolo Madonna con Bambino. Poche ed evidenti le differenze  compositive tra loro. Pressoché identico risulta invece essere questo tondo con un altro dipinto di Madonna con Bambino, noto con il nome di Madonna del Cuore  nel paese di Gerano (RM). Il quadro è attribuito al noto pittore romano Sebastiano Conca (1680-1764), che lo realizzò nel 1763 e dovette incontrare buona fortuna per le copie che seguirono, una delle quali giunse ad Assergi, ad opera di un imitatore o allievo, in quanto l’ abilità pittorica espressa non raggiunge quella dell’illustre maestro. È interessante notare infine come nel Settecento circolassero produzioni seriali d’autore per far fronte alla crescente committenza religiosa e nobiliare.

L'immagine della Madonna col Bambino di Assergi sec.XVIII è tratta dal libro San Franco di Assergi, storia di eremitismo e santità alle pendici del Gran Sasso, Atti del Convegno 2 giugno 2012 - Assergi (AQ) a cura di Ivana Fiordigigli, Edizioni Arkhè, p. 93. Autore della fotografia e del restauro dell'opera è Pietro Scandurra (Curia Arcivescovile dell'Aquila, Ufficio Beni Culturali).
16 – La fenestella confessionis, a cui l’esempio di Pretara si collega, è esistita fin dai primi secoli del cristianesimo ed aveva più usi e finalità. Nelle chiese paleocristiane c’era un piccolo foro squadrato che si apriva alla base del confessionale per mostrare le sacre sepolture di martiri o santi, affinché il penitente traesse dalla loro visione insegnamento ed emulazione. Inoltre in determinate fenestellae si potevano inserire testa e braccia per vedere meglio i sepolcri con lumi accesi e col tempo si diffuse la consuetudine di introdurre delle stoffe, che per essere venute a contatto con quel particolare spazio sacro furono considerate alla stregua di reliquie, foriere di benedizioni. http://www.treccani.it/enciclopedia/fenestella_(Enciclopedia­Italiana)/
17 – Nei pressi dell’eremo di San Venanzio i pellegrini percorrevano  sentieri lungo i quali incontravano piccole cavità, dove inserivano i gomiti o la testa, per prevenire o curare cefalee e dolori reumatici. In questi luoghi, resi sacri da edicole religiose o santificati dalla frequentazione del taumaturgo, che spesso lasciava personali impronte, venivano fedeli da un vasto circondario, per chiedere salute e protezione.
Nella catacomba che si sviluppa sotto la chiesa di San Michele Arcangelo nella frazione di San Vittorino vicino L'Aquila,  si trova una nicchia (indicata con freccia) in cui i pellegrini inserivano la testa per guarire o proteggersi dal mal di testa, in quanto San Vittorino, a cui si rivolgevano, è invocato per la cura dell'emicrania per essere stato martirizzato  con l'immersione del capo nelle  acque sulfuree di Cotilia.

18 – “A 1680 metri di altitudine, tra le aspre cime di Campo Imperatore... è ancora visibile qualche resto di una piccola chiesa , dedicata per tradizione a Sant’Egidio, un santo eremita...Le prime testimonianze scritte risalgono al XII secolo”. Sono pochi dati, ma importanti, in quanto potrebbero riferirsi al presunto fratello di Santa Colomba, come abbiamo visto citato accanto all’altro fratello San Nicola negli Acta Sanctorum. Negli stessi però non figura alcun Sant'Egidio, come voce a se stante, differentemente da San Nicola.
assergiracconta.altervista.org/archivioNews.php?page=1&id=9622

19 – Quando morì San Franco il racconto agiografico riferisce che dalla spelonca uscì un raggio di luce, annunziante la sua santa dipartita. Gli assergesi prontamente si recarono presso il suo capezzale per rendergli onore e trasportarlo in processione nella chiesa del paese. Lo stesso fenomeno è riferito al momento della morte di Santa Chelidonia. Nella grotta da lei abitata si innalzò un fascio luminoso che fu osservato da molti, anche al di fuori del territorio di Subiaco, ove stava.

20 – Il miracolo della fonte operato da San Franco presenta forti analogie con altri narrati nelle agiografie di diversi santi e con non pochi interventi mariani volti ad elargire acqua . Nell’Abruzzo si ricorda San Pietro Eremita che nel territorio di Rocca di Botte con un colpo di bastone ha provocato una sorgente. Nel Lazio San Benedetto presso il cenobio di San Giovanni dell’Acqua, uno dei tredici monasteri da lui fondati a Subiaco RM, con un prodigio ha fatto scaturire una polla idrica per dissetare la piccola comunità monastica e a Gallese( VT) San Famiano nel 1154 percuotendo il terreno con il bordone ha generato una sorgente nei pressi dell’abitato, nel luogo oggi denominato San Famiano a Lungo, meta ogni anno di pellegrinaggio.
21- La pubblicazione delle sei scene presenti nella chiesa parr.le S. Maria Assunta di Assergi (AQ), illustranti episodi della vita di S. Franco E., segue l' autorizzazione emessa dall’Ufficio Diocesano per l’Arte sacra e i Beni culturali ecclesiastici dell’Arcidiocesi di L’Aquila il 18-02-2016 con Prot. N.68/UBC/16, con la dicitura del nihil obstat, dietro mia personale richiesta, inviata il 25-01-’16 con  fini esclusivamente culturali e con l' impegno a non rendere fruibili le immagini da parte di terzi.

La documentazione fotografica e filmica riguardante i tre siti oggetto di ricerca è stata acquisita rispettivamente:
- Santa Colomba di Pretara  -  1 sett. 2013 - 1 sett. 2015 - 22 agoso 2015;
- San Nicola di Casale San Nicola - 11 luglio 2015;
-  San Franco E. di Assergi - 5 giugno 2013 - 13 agosto 2013;
- Luoghi storico-artistici - autunno 2015